La strategia di OpenAI è arrivata a un punto di svolta, e stavolta non si parla di modelli linguistici più potenti o di nuove funzionalità per ChatGPT. Il nodo è molto più terra terra: soldi, infrastrutture e una crescita che non sta andando come previsto. Quello che emerge è il ritratto di un’azienda che ha scommesso tantissimo sulla capacità di calcolo, ma che ora si ritrova a fare i conti con una realtà più complicata del previsto.
Costi fuori controllo e ricavi che non tengono il passo
Partiamo dal cuore del problema. OpenAI avrebbe registrato risultati operativi inferiori rispetto alle attese interne, sia sul fronte degli utenti sia su quello dei ricavi. Un rallentamento che sarebbe iniziato già verso la fine del 2025 e che avrebbe scatenato discussioni piuttosto accese all’interno dell’azienda, soprattutto riguardo alla gestione degli investimenti in capacità computazionale.
La questione è semplice da capire: addestrare e far girare modelli di intelligenza artificiale di nuova generazione richiede una quantità enorme di potenza di calcolo. E OpenAI, sotto la guida di Sam Altman, ha scelto di muoversi in anticipo, acquistando in modo massiccio risorse infrastrutturali con contratti pluriennali stimati nell’ordine dei 540 miliardi di euro. Una mossa che sulla carta avrebbe dovuto garantire un vantaggio competitivo nel medio e lungo periodo, ma che nella pratica ha esposto l’azienda a rischi enormi.
La CFO Sarah Friar avrebbe sollevato più di una preoccupazione sulla capacità di OpenAI di onorare questi impegni, nel caso in cui il fatturato non dovesse accelerare in modo deciso. E non è difficile capire perché: se le entrate crescono meno del previsto mentre i costi restano ancorati a contratti già firmati, l’equilibrio finanziario diventa fragile.
Un mercato sempre più affollato e obiettivi mancati
A rendere tutto ancora più complicato c’è il fatto che il panorama dell’intelligenza artificiale si è fatto parecchio competitivo. Da una parte Gemini di Google ha guadagnato rapidamente quote di mercato, dall’altra realtà come Anthropic stanno facendo sentire la loro pressione soprattutto nei segmenti enterprise e coding. Proprio in questi ambiti OpenAI avrebbe riscontrato tassi di abbandono più alti del previsto e una crescita meno lineare rispetto alle proiezioni iniziali. Nel corso del 2025, l’azienda avrebbe mancato diversi obiettivi mensili di ricavi.
C’è da dire che OpenAI può comunque contare su una posizione finanziaria ancora robusta. Un recente round di finanziamento da circa 110 miliardi di euro, record assoluto per la Silicon Valley, garantisce un certo margine di manovra. Però, secondo le proiezioni interne, questo capitale potrebbe esaurirsi nel giro di circa tre anni, considerati gli impegni infrastrutturali già sottoscritti.
Nel frattempo l’azienda ha cominciato a razionalizzare alcune attività. Progetti come Sora sono stati ridimensionati, mentre l’attenzione si è spostata su soluzioni con maggiore trazione commerciale, come Codex nel segmento dello sviluppo software. Sul fronte tecnologico, il lancio di GPT-5.5 ha permesso a OpenAI di mantenere una posizione di rilievo nei benchmark di settore, dimostrando che almeno dal punto di vista tecnico la leadership resta solida.
Tensioni interne e incognite esterne
Oltre ai numeri, ci sono anche dinamiche più complesse che agitano il quadro. All’interno dell’azienda emergono divergenze sulla tempistica di una possibile quotazione in borsa. Sarah Friar spingerebbe per un rafforzamento dei controlli interni prima di affrontare i mercati pubblici, mentre Sam Altman sembrerebbe preferire una timeline più aggressiva.
Poi ci sono fattori di instabilità che sfuggono al controllo diretto: l’assenza temporanea della numero due Fidji Simo per motivi di salute e il procedimento legale avviato da Elon Musk, che contesta la struttura for profit della società e la leadership attuale.
E il contesto più ampio non aiuta. L’intero settore dell’intelligenza artificiale sta affrontando tensioni significative sul fronte della capacità computazionale. Diversi operatori, inclusa la stessa Anthropic, hanno segnalato carenze di risorse con ripercussioni su prezzi, disponibilità dei servizi e qualità dell’esperienza per gli utenti professionali. OpenAI continua a rivendicare un vantaggio competitivo proprio su questo fronte, rispondendo indirettamente anche alle critiche del CEO di Anthropic, Dario Amodei. Resta però tutto da vedere se questa strategia, tanto ambiziosa quanto onerosa, riuscirà davvero a tradursi in qualcosa di sostenibile.
