Lo Stretto di Hormuz è, a tutti gli effetti, il termometro di una crisi che va ben oltre il prezzo del carburante. Per settimane si è parlato di riapertura, di cessate il fuoco, di un ritorno graduale alla normalità. Ma i numeri raccontano una storia completamente diversa, e molto più preoccupante. Quello che sta succedendo non è un intoppo passeggero nelle rotte commerciali. È il segnale che l’intero sistema di colli di bottiglia marittimi su cui si reggeva l’economia mondiale ha smesso di funzionare come prima.
Sulla carta, le notizie di una tregua e della riapertura dello stretto avrebbero dovuto calmare i mercati. E invece no. L’analista Cyril Widdershoven definisce questa presunta normalità un “miraggio”. In condizioni ordinarie, lo Stretto di Hormuz registra tra i 120 e i 140 transiti al giorno. I dati di aprile 2026 mostrano giornate con appena tre navi in transito. Tre, il rapporto del Center for Strategic and International Studies (CSIS), intitolato “The Strait of Hormuz in 8 Charts”, conferma che lo stretto è stato “effettivamente chiuso” dal 2 marzo. Teheran ha annunciato un’apertura il 17 aprile, ma la Guardia Rivoluzionaria ha fatto marcia indietro appena 24 ore dopo, minacciando di colpire qualsiasi nave che collabori con “il nemico”.
Perché allora non si vede ancora il disastro totale nelle strade? La spiegazione sta nella fisica del trasporto marittimo. Una superpetroliera si muove più o meno alla velocità di una bicicletta. Il greggio che si consuma oggi è quello che “pedalava” sull’oceano prima che scoppiasse il conflitto. Secondo i dati di Kpler, 206 milioni di barili sono già “evaporati” dal mercato in soli 40 giorni. L’inerzia logistica ha garantito una calma apparente, ma l’onda d’urto è praticamente alle porte.
Stretto di Hormuz, la fine della fiducia e il colpo al petrodollaro
Quello che rende questa crisi diversa da quella di Suez è un fattore che non si misura in barili, la fiducia. Widdershoven lo dice chiaramente. Il sistema non si rompe per la geografia, si rompe per la percezione del rischio. Quando le compagnie assicurative ritirano la copertura per “rischio di guerra”, lo stretto smette di esistere dal punto di vista economico, anche se fisicamente resta aperto.
E le conseguenze vanno ben oltre la benzina. Aaron Brown, su Bloomberg, lancia un avvertimento di portata storica: “La guerra in Iran ha appena rotto il petrodollaro”. Il patto del 1974, quello in cui gli Stati Uniti garantivano sicurezza nel Golfo in cambio della vendita del petrolio in dollari e del reinvestimento di quei proventi in debito americano, è crollato. Paesi come India e Turchia stanno vendendo i loro titoli del Tesoro statunitensi per ottenere liquidità e pagare un greggio sempre più caro. Per la prima volta in decenni, le banche centrali detengono più oro che obbligazioni americane.
Anche se domani si firmasse una pace totale, il ritorno alla normalità resterebbe un’impresa titanica sul piano tecnico. Jacob Judah, sul Financial Times, descrive un “incubo di sminamento”. L’Iran ha disseminato lo stretto di mine sofisticate, capaci di mimetizzarsi come rocce o di interrarsi sul fondale. Ripulire un corridoio sicuro largo appena un miglio potrebbe richiedere settimane. Bonificare l’intero stretto, mesi. E la Marina statunitense, come nota Judah, ha trascurato per decenni la propria capacità nella guerra delle mine.
Numeri che non lasciano spazio all’ottimismo
I dati sulla capacità di recupero delle scorte sono scoraggianti. Fatih Birol, direttore della IEA, ha dichiarato che questa crisi è “più grave di quelle del 1973, 1979 e 2022 messe insieme”. Il rapporto IEA di aprile stima il crollo dell’offerta globale in 10,1 milioni di barili al giorno. Anche producendo un milione di barili extra al giorno, servirebbero due anni per riportare le scorte ai livelli precedenti al conflitto.
Le alternative via terra non risolvono il problema. Gli oleodotti che attraversano l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno una capacità compresa tra 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno. Una frazione dei 20 milioni che normalmente transitano attraverso lo Stretto di Hormuz.
Dietro le cifre sui barili c’è poi un dramma umano che resta quasi invisibile. Si stima che circa 20.000 marinai siano bloccati nel Golfo. Storie come quella di PK Vijay, un marinaio indiano su una nave abbandonata, mostrano come la complessità delle registrazioni marittime lasci i lavoratori in un limbo legale, senza stipendio e senza possibilità di sbarcare in una zona di guerra.
Sul piano giuridico, la situazione è altrettanto intricata. Da un lato l’Occidente condanna l’Iran, dall’altro c’è chi fa notare che, tecnicamente, sono gli Stati Uniti e Israele ad aver violato il diritto internazionale con quella che viene definita una “guerra di aggressione”. L’Iran, non avendo ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), ha una base legale per regolamentare il passaggio nelle proprie acque territoriali e imporre pedaggi. Le potenze occidentali parlano di “presa di ostaggi economica”.
L’era della logistica “just in time” e dell’energia a basso costo senza attriti è finita. Il mondo che uscirà da questa crisi sarà un mondo dove la resilienza conta più dell’efficienza, il commercio sarà più regionale, più ridondante e, inevitabilmente, molto più costoso. Il prezzo della sicurezza si è incastonato in modo permanente nel prezzo del petrolio, e con esso nel futuro dell’economia mondiale.
