Ping Pong è uno di quegli anime che ogni tanto qualcuno riscopre e si chiede come sia possibile non averlo visto prima. Una miniserie che ha trasformato il tennistavolo in qualcosa di epico, molto prima che Marty Supreme portasse lo stesso sport sul grande schermo con enorme successo di critica e botteghino. Eppure, nonostante il film abbia reso il ping pong improvvisamente affascinante per il grande pubblico, questo anime aveva già dimostrato che bastava la giusta visione artistica per rendere uno sport di nicchia un’esperienza narrativa potentissima.
La serie si chiama, appunto, Ping Pong. Si tratta di un anime breve, fulminante, diretto da Masaaki Yuasa, uno dei nomi più rispettati nel panorama dell’animazione giapponese. La reazione della critica fu immediata e travolgente. Un’acclamazione praticamente unanime, con molti che lo inserirono tra le migliori produzioni animate di sempre, non solo nel genere sportivo.
Ping Pong: la storia di Smile e Peco, tra talento e ambizione
Al centro della storia ci sono due amici d’infanzia che più diversi non potrebbero essere. Makoto Tsukimoto, soprannominato “Smile“, e Yutaka Hoshino, detto “Peco“. Peco è esuberante, pieno di sé, convinto di poter diventare il miglior giocatore di ping pong al mondo, ma spesso salta gli allenamenti, cosa che manda su tutte le furie i compagni di squadra dell’istituto Katase. Smile, al contrario, possiede un talento naturale impressionante, eppure non riesce a dare tutto quando gioca contro gli altri. Trattiene la propria forza, quasi per paura di vincere davvero.
Il loro legame, costruito attraverso l’amore condiviso per il tennistavolo, sembra indistruttibile. Ma quando l’ambizione inizia a prendere il sopravvento, le difficoltà che entrambi si trovano ad affrontare mettono tutto in discussione. La ricerca della gloria sportiva si fa strada in un panorama che diventa sempre più complesso e, a tratti, cupo.
Animazione estrema e duelli da perdere il fiato
Ping Pong è l’adattamento di un manga già molto apprezzato, e la trasposizione animata non fa che amplificarne la potenza espressiva. L’uso dell’animazione è arrollante, estremo, quasi sperimentale. I partiti di tennistavolo diventano veri e propri duelli che ricordano gli scontri di Dragon Ball, ma destrutturati, rielaborati in chiave autoriale. Ogni scambio alla racchetta è un’esplosione visiva che lascia letteralmente a bocca aperta.
Questa scelta stilistica non è fine a se stessa. Riesce anzi a dare un respiro enorme alle relazioni tra i personaggi, che si costruiscono e si trasformano lungo tutta la narrazione. C’è un tessuto emotivo che cresce puntata dopo puntata, inserito in un contesto sufficientemente realistico da risultare credibile, ma abbastanza folle nella forma da non annoiare mai.
La cosa bella è che si tratta di una miniserie brevissima. Niente impegni da decine di episodi. Ping Pong si può guardare tranquillamente in un pomeriggio, il che la rende perfetta anche per chi non ha mai avuto il coraggio di avvicinarsi al mondo degli anime e trova l’idea un po’ intimidatoria. È quel tipo di prodotto che funziona come porta d’ingresso ideale.
Ping Pong è disponibile su Crunchyroll.
