La teoria dell’autismo come la conosciamo potrebbe avere le ore contate, almeno nella forma in cui è stata raccontata per decenni. A lanciare questa bomba non è un outsider qualsiasi, ma Uta Frith, la scienziata che più di chiunque altro ha contribuito a costruire quel framework teorico. Dopo oltre 60 anni di ricerca sistematica sull’argomento, Frith ora prende le distanze da buona parte del lavoro fatto e mette in discussione le fondamenta stesse del modo in cui viene diagnosticato e compreso l’autismo.
E no, non si tratta di un semplice aggiornamento o di una sfumatura accademica. La studiosa, basata a Londra, sostiene che ben poco di ciò che la ricerca ha costruito nel corso dei decenni ha davvero resistito alla prova del tempo. Una dichiarazione che pesa tantissimo, considerando chi la pronuncia.
Il concetto di spettro autistico sotto accusa
Il punto centrale della critica di Uta Frith riguarda il concetto di spettro, quella grande cornice dentro la quale oggi vengono fatte rientrare le diagnosi di autismo. L’idea dello spettro, nata per essere inclusiva e per riconoscere la varietà delle manifestazioni, secondo Frith ha finito per creare più confusione che chiarezza. Il problema è che una diagnosi unica tende ad appiattire differenze enormi tra individui, mettendo sotto lo stesso ombrello situazioni che richiederebbero approcci e comprensioni radicalmente diverse.
Frith evidenzia come i criteri diagnostici attuali siano troppo ampi. Quando tutto rientra nello spettro, diventa difficile distinguere chi ha bisogno di supporto intensivo da chi presenta tratti molto più sfumati. Questo non è solo un problema accademico: ha ricadute concrete sulla vita delle persone, sulle risorse che vengono allocate, sui percorsi terapeutici che vengono proposti. La scienziata non sta dicendo che l’autismo non esiste o che le persone nello spettro non meritino attenzione. Sta dicendo qualcosa di diverso e, per certi versi, più scomodo: che lo strumento con cui guardiamo il fenomeno è diventato inadeguato.
Perché servono criteri più precisi per l’autismo
La posizione di Frith non si limita alla critica. La scienziata punta il dito verso la necessità di sviluppare criteri più precisi per la diagnosi dell’autismo, strumenti capaci di cogliere le differenze reali tra le persone e di offrire risposte più mirate. È un po’ come se per decenni la ricerca avesse usato una mappa troppo generica per orientarsi in un territorio estremamente complesso, e adesso qualcuno finalmente lo ammettesse ad alta voce.
Quello che rende questa vicenda particolarmente significativa è il fatto che a parlare sia proprio chi ha posto le basi della teoria dell’autismo moderna. Non capita tutti i giorni che una scienziata con sessant’anni di carriera alle spalle decida di smontare il proprio lavoro, o quantomeno di metterlo seriamente in discussione. Eppure Uta Frith lo fa con argomenti precisi, senza ambiguità, sostenendo che il progresso scientifico passa anche dal coraggio di riconoscere i limiti di ciò che si è costruito.
