Qualche giorno fa, negli aeroporti europei, la promessa di una frontiera intelligente ha preso una forma molto concreta e piuttosto scomoda. File lunghissime, passeggeri bloccati ai controlli, voli persi. E tutto questo mentre il sistema continuava imperterrito a registrare volti e impronte. L’entrata in vigore a pieno regime dell’Entry/Exit System (EES), il nuovo sistema europeo per il monitoraggio automatizzato degli ingressi e delle uscite dallo spazio Schengen, ha generato esattamente quel tipo di caos che la Commissione europea avrebbe voluto evitare. A Milano Linate, tra gli scali coinvolti fin da subito, i ritardi si sono accumulati già nelle prime ore, con tempi di attesa che in alcuni aeroporti hanno superato le due ore.
Il collo di bottiglia si è creato proprio nella fase più nuova del processo: la registrazione biometrica. Acquisizione delle impronte, scansione del volto, verifica dei dati. Sulla carta, una procedura che dovrebbe richiedere poco più di un minuto. Nella realtà, diversi minuti per ogni singolo passeggero, con un effetto moltiplicatore devastante sul flusso complessivo. La narrazione ufficiale parla di assestamento fisiologico, di personale ancora in fase di adattamento, di un sistema complesso che ha bisogno di rodaggio. Spiegazione plausibile, per carità, e in parte anche corretta. Però fermarsi a leggere tutto questo come un semplice problema tecnico significa perdere completamente il punto. Perché le code a Linate e negli altri scali non sono solo un incidente di percorso. Sono il momento in cui diventa visibile qualcosa che di solito resta nascosto: la trasformazione della frontiera europea in un’infrastruttura di raccolta e trattamento di dati biometrici su larga scala.
Cosa fa davvero l’Entry/Exit System e perché non è un semplice registro
L’EES registra ogni ingresso e uscita dei cittadini di paesi terzi rispetto allo spazio Schengen, sostituendo il classico timbro sul passaporto con un fascicolo digitale. A ogni attraversamento vengono acquisiti dati personali e biometrici, volto e impronte digitali, insieme alle informazioni sul luogo e il momento del passaggio. Fin qui, nulla di particolarmente sorprendente. Ma questa descrizione è parziale. L’Entry/Exit System non è un registro neutro. È un sistema che costruisce nel tempo un profilo dettagliato dei movimenti di milioni di persone, conservando i dati per diversi anni e aggiornandoli a ogni attraversamento. Ogni passaggio lascia una traccia che si accumula, si aggiorna e costruisce una storia. Il corpo diventa una chiave di accesso a una banca dati che può essere interrogata, incrociata e riutilizzata.
E qui la faccenda si fa ancora più ampia. L’EES non funziona da solo. È un nodo dentro una rete che comprende altri grandi database europei progettati per dialogare tra loro. I dati raccolti vengono resi interoperabili con sistemi come il Visa Information System, le piattaforme di pre-autorizzazione ai viaggi (ETIAS) e il sistema di matching delle impronte digitali condiviso (EURODAC). Questa interoperabilità viene presentata come un miglioramento dell’efficienza. Nella pratica, significa che un dato raccolto per una finalità specifica può essere utilizzato in contesti diversi. Il confine tra gestione amministrativa e attività di sicurezza diventa fragile. Il sistema sarebbe accessibile, in determinate condizioni, anche alle forze dell’ordine. E così la natura del dispositivo cambia: da strumento di registrazione a infrastruttura di sorveglianza.
Privacy, diritti fondamentali e le criticità che vanno oltre la tecnologia
La critica più immediata riguarda la protezione dei dati. Ma il problema non è soltanto quanto vengano protette le informazioni raccolte. È il tipo di infrastruttura che si sta costruendo e il ruolo che quei dati assumono al suo interno. L’Entry/Exit System si inserisce in un progetto che punta alla creazione di grandi database interoperabili, capaci di aggregare e incrociare informazioni biometriche su scala continentale. Dentro questa architettura, la questione della privacy cambia natura. Riguarda il modo in cui i dati vengono utilizzati per addestrare, alimentare e far funzionare sistemi automatizzati. Più il sistema vuole essere preciso, più ha bisogno di dati reali, raccolti su larga scala. La raccolta di dati biometrici per monitorare gli overstayer, cioè coloro che restano in un paese oltre il periodo consentito, appare sproporzionata rispetto agli obiettivi dichiarati.
Alcune analisi spingono la critica ancora più in là. Il Cambridge Journal of Artificial Intelligence descrive l’EES come un sistema che produce veri e propri “stati di eccezione biometrici”, in cui il controllo intensivo dei corpi viene normalizzato su specifiche categorie di persone. Le persone trans e non binary possono andare incontro a difficoltà quando il sistema confronta dati biometrici e documenti che non riflettono pienamente le loro identità. Soggetti provenienti da paesi associati a migrazione irregolare o aree di conflitto risultano più esposti a controlli approfonditi. Richiedenti asilo e persone con status giuridico incerto si trovano in una zona grigia dove ogni discrepanza diventa significativa. La raccolta biometrica implica un’interazione diretta con il corpo, che può risultare problematica per minori, persone con disabilità o individui in condizioni di stress.
Le critiche arrivano anche dal settore dei trasporti e del turismo, che ha messo in discussione il funzionamento del sistema chiedendo una revisione del rollout e maggiore flessibilità. Le associazioni segnalano mancanza di coordinamento e un impatto diretto sull’esperienza dei passeggeri, con ritardi che rischiano di diventare strutturali. Da un lato un’infrastruttura che amplia la capacità di controllo e solleva questioni profonde sul piano dei diritti, dall’altro un sistema che fatica a mantenere la promessa di efficienza su cui si legittima.
