Sostegno UE all’Ucraina. Dopo mesi di stallo, il Consiglio europeo ha sbloccato un prestito da 90 miliardi di euro destinato al governo di Kyiv, approvando allo stesso tempo il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. A rendere possibile tutto questo è stato il ritiro delle obiezioni di Ungheria e Slovacchia, che per settimane avevano tenuto in ostaggio il pacchetto finanziario. Il via libera è arrivato giusto in tempo per il vertice europeo di Cipro, cominciato giovedì 23 aprile.
Però, accanto ai toni positivi per lo sblocco dei fondi, sono emerse anche le sfide che aspettano l’UE nei prossimi mesi. Quei 90 miliardi coprono “solo” due terzi del fabbisogno finanziario dell’Ucraina. E sul tavolo restano questioni aperte come l’adesione di Kyiv all’Unione, la necessità di proteggere l’economia europea dalle ripercussioni della guerra in Iran e quella di sistemare un bilancio collettivo da 1.800 miliardi di euro per i prossimi sette anni.
UE, i fondi per Kyiv e le nuove sanzioni contro Mosca
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha accolto con favore l’accordo, definendolo un segnale di continuità nel sostegno europeo all’Ucraina. “Mentre la Russia raddoppia la sua aggressività, noi raddoppiamo il nostro sostegno alla coraggiosa nazione ucraina”, ha scritto sui social. Il prestito coprirà circa due terzi del fabbisogno finanziario dell’Ucraina nel biennio 2026/2027. La prima tranche, pari a 45 miliardi, potrebbe essere erogata già entro la fine di giugno. Una parte consistente sarà destinata alla produzione militare nazionale, in particolare allo sviluppo e alla produzione di droni, ma anche alla ricostruzione delle infrastrutture energetiche danneggiate dagli attacchi russi.
Il piano sarà finanziato con risorse dell’UE, con l’idea che in futuro i rimborsi possano essere coperti attraverso riparazioni di guerra russe oppure tramite beni russi congelati in Europa.
Parallelamente al prestito, l’Unione ha approvato anche il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Le nuove misure colpiscono banche e società energetiche russe e prendono di mira anche aziende negli Emirati Arabi Uniti, in Thailandia e in Cina, accusate di aiutare la Russia ad aggirare le restrizioni occidentali. Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, presente al vertice informale dei leader europei ad Ayia Napa (Cipro), il prestito rappresenta soprattutto una garanzia di stabilità economica nel mezzo della guerra.
Il nodo ungherese e la fine dello stallo diplomatico
Per mesi l’accordo era rimasto bloccato a causa dell’opposizione dell’Ungheria guidata da Viktor Orbán e dalla Slovacchia. I due governi avevano vincolato il proprio via libera alla questione delle forniture energetiche, chiedendo il ripristino dei flussi di petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba. L’infrastruttura, costruita in epoca sovietica e ancora cruciale per l’approvvigionamento energetico dell’Europa centrale, era stata danneggiata nei mesi scorsi dagli attacchi russi in Ucraina. Quando il flusso del greggio è ripreso verso Ungheria e Slovacchia, l’ultimo ostacolo politico al pacchetto europeo è caduto.
A confermare la ripresa delle forniture è stata la ministra dell’Economia slovacca Denisa Saková, che giovedì ha annunciato il ritorno del petrolio nell’infrastruttura sovietica. “Dalle 2:00 di questa mattina è ripreso l’afflusso di petrolio in Slovacchia attraverso l’oleodotto Druzhba“, ha scritto su Facebook, aggiungendo che “le consegne stanno procedendo secondo il piano concordato”. Anche la compagnia petrolifera ungherese MOL Group ha confermato agli investitori che l’approvvigionamento tramite oleodotto è stato ripristinato nelle stazioni di pompaggio di Fényeslitke, nel nord dell’Ungheria, e di Budkovce, nella Slovacchia orientale.
A cambiare il clima politico ha contribuito anche il risultato delle elezioni ungheresi, che hanno visto la sconfitta di Orbán e l’ascesa dell’oppositore conservatore Péter Magyar. Con il leader sovranista ormai fuori dai giochi, il dialogo bilaterale con Bruxelles ha ripreso a funzionare dopo il rallentamento degli ultimi anni.
L’adesione dell’Ucraina all’Ue e l’impatto economico della guerra in Iran
Lo sblocco dei fondi non esaurisce la discussione politica tra i governi europei. Il prossimo nodo riguarda l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea e i tempi di una sua eventuale entrata. Sempre più leader considerano l’adesione di Kyiv possibile, soprattutto in virtù di un futuro accordo di pace con Mosca, ma il percorso resta complesso e politicamente divisivo. Il primo ministro estone Kristen Michal si è detto favorevole ad accelerare il processo. Più prudente la posizione del premier croato Andrej Plenković, che ha definito irrealistica l’ipotesi di un ingresso a breve termine. “Non credo sia realistico che accada il primo gennaio 2027”, ha affermato, ricordando che anche la Croazia, entrata nell’Ue nel 2013, ha impiegato circa sei anni di negoziati per completare il processo.
Accanto alla guerra in Ucraina, i governi europei devono fare i conti anche con un’altra crisi che pesa sull’economia del continente. I bombardamenti sull’Iran, iniziati a fine febbraio, hanno riportato al centro del dibattito europeo la questione della sicurezza energetica. Secondo la Commissione europea, dall’inizio della crisi sono stati spesi circa 24 miliardi di euro in più per le importazioni di petrolio e gas. L’aumento dei prezzi dell’energia ha riaperto una vulnerabilità strutturale dell’economia europea, nonostante l’accelerazione sulle energie rinnovabili avviata dopo la crisi energetica del 2022. Tra le misure discusse a livello europeo ci sono la riduzione delle tasse sull’elettricità e nuovi incentivi per accelerare la diffusione delle fonti rinnovabili, anche se in molti settori, in particolare nei trasporti e nell’edilizia, la dipendenza dai combustibili fossili resta ancora elevata.
