Amazon torna al centro di una bufera legale legata alla manipolazione dei prezzi sulla propria piattaforma. Non è certo una novità: già nel 2021 l’Antitrust italiano aveva inflitto all’azienda una multa da oltre un miliardo di euro per abuso di posizione dominante, e più di recente si era parlato di una possibile indagine europea per capire se Amazon favorisse i propri prodotti rispetto a quelli dei venditori terzi. Stavolta però la questione arriva dagli Stati Uniti, e il materiale emerso è decisamente pesante. Il quadro che ne viene fuori racconta di un’azienda che, stando alle accuse, avrebbe orchestrato in modo sistematico aumenti di prezzo sulle piattaforme concorrenti, attraverso meccanismi che coinvolgono fornitori, retailer rivali e, in ultima istanza, i consumatori.
Il procuratore generale della California, Rob Bonta, ha reso disponibili una serie di documenti, precedentemente secretati, legati a una causa antitrust avviata nel 2022. Secondo l’accusa, Amazon avrebbe messo in atto tre strategie distinte per far sì che i prezzi risultassero artificialmente più alti sugli altri e-commerce. La prima prevedeva accordi di “price matching” con i fornitori: Amazon concordava con il fornitore un aumento del prezzo oppure una sospensione temporanea dalla vendita del prodotto, così da concedere al concorrente il tempo di alzare il proprio prezzo. La seconda strategia scattava quando un rivale proponeva un prezzo considerato troppo basso: Amazon faceva pressione sul fornitore affinché quel prezzo venisse aumentato, per poi adeguarsi a sua volta. La terza, ancora più aggressiva, consisteva nel chiedere direttamente la rimozione dei prodotti dalle piattaforme che li vendevano a prezzi inferiori, eliminando così la necessità di competere al ribasso.
Le prove nelle e-mail e i marchi coinvolti
Le e-mail emerse dal procedimento dipingono uno scenario in cui queste richieste venivano quasi sempre soddisfatte con rapidità impressionante dai fornitori, anche nell’arco di una sola giornata, con il timore evidente di subire penalizzazioni sulla piattaforma. Tra i casi documentati compaiono marchi di un certo peso. Walmart e Levi’s, per esempio, avrebbero accettato di alzare il prezzo dei pantaloni di circa un euro e mezzo. Altri fornitori avrebbero ritoccato in modo più consistente i prezzi di lampade e snack per animali domestici. Un episodio piuttosto emblematico riguarda Chewy, e-commerce specializzato in prodotti per animali: dopo aver accettato di aumentare i prezzi su tredici prodotti della linea Canine Naturals, il fornitore aveva addirittura festeggiato l’accordo con un’emoji sorridente, scrivendo ad Amazon che “sembra stia funzionando”.
La difesa di Amazon e i prossimi passi legali
La risposta di Amazon è arrivata tramite il portavoce Mark Blafkin, che ha definito la pubblicazione dei documenti una mossa tattica pensata per distogliere l’attenzione dall’assenza, a suo dire, di prove sufficienti a sostenere la causa. L’azienda ha anche sottolineato che i documenti non sarebbero nuovi e che la loro rilevanza verrebbe ora esagerata in prossimità del processo. Amazon ha ribadito di essere costantemente identificata come il rivenditore online con i prezzi più bassi negli Stati Uniti.
Bonta ha respinto queste argomentazioni, spiegando che gli esempi emersi non rappresentano episodi isolati ma sarebbero “illustrativi di innumerevoli interazioni” protrattesi per anni, coinvolgendo attori diversi e linee di prodotto variegate. Ha inoltre riferito che le indagini avrebbero rivelato come Amazon istruisca i propri dipendenti a usare un linguaggio vago nelle e-mail o, meglio ancora, a spostare le trattative al telefono, proprio per la natura “delicata” di certi accordi.
La California ha chiesto al tribunale di San Francisco un’ingiunzione preliminare che blocchi la presunta pratica di fissazione dei prezzi per tutta la durata del processo. L’udienza su questa richiesta è fissata per il 23 luglio, mentre il processo vero e proprio è atteso per gennaio 2027.
