Quella di Joseph Riley e del suo rapporto con un chatbot basato sull’intelligenza artificiale è una vicenda che fa riflettere più di mille dibattiti teorici. Perché qui non si parla di scenari futuribili o di rischi astratti: si parla di un uomo reale, con una vita reale, che ha fatto una scelta dalle conseguenze irreversibili.
Riley non era una persona qualunque. Aveva 73 anni, un dottorato in neuroscienze conseguito nel 1977 e una carriera accademica solida, con oltre 50 pubblicazioni scientifiche alle spalle. Una mente brillante, insomma. Uno che con la scienza ci viveva, da sempre. Eppure, nonostante quel bagaglio culturale e professionale enorme, è finito per cadere in quella che potremmo definire una trappola digitale con risvolti drammatici. Ha scelto di fidarsi dell’AI più che della medicina tradizionale. E questo ha cambiato tutto.
La diagnosi e le prime cure riuscite
La discesa comincia circa un anno e mezzo fa, quando a Riley arriva una diagnosi clinica pesantissima. Si parla di un tumore al polmone, di una patologia renale e di leucemia linfatica cronica. Tre problemi gravissimi, contemporaneamente. L’uomo però non si arrende, anzi: affronta ogni complicazione con determinazione, una alla volta. La radioterapia e le altre cure oncologiche funzionano bene sulle prime due patologie, che vengono affrontate e risolte con successo. Fin qui, la storia sembra quella di un paziente forte e combattivo, che risponde bene ai trattamenti. Ma è proprio sulla leucemia che la situazione precipita. Ed è qui che entra in gioco il chatbot.
Quando l’intelligenza artificiale prende il posto del medico
Quello che è accaduto dopo rappresenta il cuore più doloroso di tutta la vicenda. Joseph Riley, invece di continuare a seguire le indicazioni del suo oncologo, decide di affidarsi ai consigli generati da un chatbot basato sull’intelligenza artificiale. Una scelta che, col senno di poi, si è rivelata fatale.
Viene da chiedersi come sia possibile che uno scienziato del suo calibro abbia potuto compiere un passo simile. Ma questa è esattamente la questione che rende il caso così significativo. Non serve essere sprovveduti per restare intrappolati nella sensazione di competenza che certi strumenti di AI riescono a trasmettere. Il linguaggio è convincente, le risposte sembrano dettagliate, il tono è rassicurante. Il problema è che un chatbot non ha la capacità di valutare un quadro clinico complesso come può fare un medico in carne e ossa, con accesso a esami, storia clinica e un confronto diretto col paziente.
La vicenda di Riley ricorda in modo molto concreto che i pareri medici non possono essere sostituiti da un’interfaccia digitale, per quanto sofisticata. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento utile in tantissimi ambiti, ma quando si tratta di decisioni che riguardano la salute e la vita, il confine tra supporto e sostituzione è un confine che non andrebbe mai superato. Joseph Riley aveva tutte le competenze per valutare criticamente le informazioni. Eppure, di fronte alla malattia, ha riposto la propria fiducia nel chatbot piuttosto che nel percorso oncologico che aveva già dato risultati positivi sulle altre patologie. La spirale negativa legata alla leucemia linfatica cronica ha portato la situazione a un punto di non ritorno.
