Il Venezuela post Maduro somiglia ancora troppo al Venezuela di Maduro. A quasi tre mesi da quel 3 gennaio 2026 che ha sconvolto il mondo. Dopo la cattura dell’ex presidente e il suo trasferimento negli Stati Uniti, il paese sudamericano resta impantanato in una crisi economica feroce, con un apparato repressivo ancora funzionante e una transizione democratica che sembra più un miraggio che un progetto concreto. La seconda udienza di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, tenutasi il 26 marzo al tribunale federale di New York, ha confermato in modo quasi surreale il passaggio dell’erede di Hugo Chávez dalla presidenza al banco degli imputati, dove risponde di narcotraffico, terrorismo e traffico d’armi.
I venezuelani sono rimasti incollati agli schermi per seguire ogni dettaglio di quella comparizione. Nessuna foto, nessun video dall’aula, ma le testimonianze di chi era presente sono bastate. Eppure, passata l’euforia, la realtà quotidiana ha preso il sopravvento. Il regime chavista resta in piedi grazie alla presidente ad interim Delcy Rodríguez, sotto la tutela degli Stati Uniti, con un apparato di potere non ancora smantellato e un’economia che non riparte. Donald Trump aveva promesso massicci investimenti petroliferi per riportare il Venezuela a essere una nazione “ricca e sicura”, nel segno del Make Venezuela Great Again. Per ora, però, restano parole.
Venezuela post Maduro: un’economia che soffoca e una transizione che non arriva
Secondo la banca centrale del Venezuela, nei primi due mesi del 2026 l’inflazione ha raggiunto il 51,9%. Quella annualizzata, calcolata tra febbraio 2025 e febbraio 2026, ha superato il 600%. Il Venezuela resta il paese con l’inflazione più alta al mondo. Va detto che la sola pubblicazione di questi dati rappresenta un piccolo passo avanti: durante il chavismo, le cifre ufficiali non venivano diffuse da mesi.
Pablo A., biologo licenziato da un’istituzione pubblica per essersi rifiutato di votare Maduro, racconta di mantenersi vendendo formaggi freschi a domicilio, in una corsa disperata contro l’aumento dei prezzi mentre le vendite calano. Francisco P., commerciante sessantenne, ha dovuto chiudere il negozio di famiglia aperto cinque decenni fa dal padre, arrivato dal Portogallo da immigrato. “La gente non compra e le tasse comunali stanno soffocando”, spiega. La chiusura di piccole attività a Caracas è una delle tendenze più evidenti nei primi cento giorni del governo ad interim di Rodríguez.
Nei quartieri popolari, intanto, spariscono anche i programmi sociali. Il Clap, il sistema di distribuzione di aiuti alimentari lanciato nel 2016, da febbraio non consegna più i pacchi in diverse zone, nonostante siano già stati pagati. E l’aumento salariale “responsabile” annunciato da Rodríguez l’8 aprile è stato accolto con scetticismo. Dal 2022, il salario minimo è fermo a 130 bolívares, meno di un euro al mese. Con i bonus si arriva a circa 120 euro mensili, comunque insufficienti a coprire la spesa di base.
Libertà digitale a metà e sorveglianza ancora attiva
Se qualcosa è cambiato in Venezuela, lo si nota soprattutto sui social network. Su X compaiono sempre più utenti che pubblicano “per la prima volta dopo molto tempo”. Le persone ricominciando a protestare online e a denunciare le contraddizioni del nuovo corso politico. Anche in televisione il canale privato Venevisión ha scelto di sfidare la censura imposta per anni, dando spazio a notizie sull’opposizione e sulle violazioni dei diritti umani.
Ma il quadro resta pieno di ombre. X è ancora parzialmente bloccata per molti utenti, che devono ricorrere a una vpn per accedervi. Fino a marzo 2026, secondo l’Instituto Prensa y Sociedad Venezuela e Ve sin Filtro, su 43 mezzi di comunicazione nazionali e internazionali vigevano ancora blocchi. Espacio Público parla di oltre 60 media bloccati e il 13 marzo un gruppo di organizzazioni ha chiesto formalmente la revoca delle restrizioni su oltre 200 domini, tra cui 65 siti di notizie.
L’apparato di sorveglianza tecnologica, costato oltre un miliardo di euro, continua a operare sotto Rodríguez. Circa 7mila telecamere cinesi, droni per monitorare le proteste, tracciamento gps, e app statali come il Sistema Patria e VenApp usate per l’estrazione massiccia di dati e la segnalazione di cittadini critici.
Il 9 aprile una marcia dei lavoratori a Caracas per chiedere miglioramenti salariali è stata respinta dalle brigate antisommossa. I venezuelani continuano ad aspettare una data per le elezioni e il ritorno della leader dell’opposizione María Corina Machado, che Trump per ora non ha considerato per la guida del paese, preferendo elogiare Rodríguez come “una persona stupenda” che sta facendo un lavoro “fantastico”. L’unica certezza, a più di tre mesi da quel fatidico 3 gennaio, è che Nicolás Maduro e Cilia Flores sono detenuti in un carcere federale degli Stati Uniti.
