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Google e il brevetto che potrebbe stravolgere il Web come lo conosciamo

Un brevetto Google descrive pagine web generate dall'IA che potrebbero trattenere gli utenti nella SERP, riducendo drasticamente il traffico verso i siti.

scritto da Manuel De Pandis 19/04/2026 0 commenti 3 Minuti lettura
Google
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Un brevetto depositato da Google e approvato nei mesi scorsi sta alimentando un dibattito piuttosto acceso tra chi lavora nel mondo della SEO, dell’e-commerce e dei contenuti digitali. La domanda di fondo è sempre la stessa, ma stavolta suona più urgente: chi controlla davvero l’esperienza finale degli utenti sul Web? La questione gira da anni, certo. Dai primi risultati organici degli anni Duemila si è passati ai featured snippet, poi ad AI Overview, e ogni passaggio ha progressivamente ridotto lo spazio di visibilità diretta per i siti. Stavolta però il salto è di un’altra portata, perché il brevetto descrive un sistema capace di generare intere pagine Web dinamiche senza mai rimandare al sito originale.

Va ricordato che Google gestisce oltre il 90% delle ricerche globali e che una quota crescente di interrogazioni su Search non genera nemmeno un clic. Una parte significativa del traffico, in pratica, si esaurisce già nella SERP, la pagina dei risultati. Con questo nuovo schema, la situazione potrebbe aggravarsi in modo netto.

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Alla base di ciò che emerge dalla consultazione del brevetto Google c’è un sistema basato su modelli di machine learning. Questo sistema costruisce una pagina personalizzata partendo da più segnali: la query dell’utente, la cronologia di navigazione, i dati dell’account e i contenuti estratti dai siti indicizzati. Il testo del documento descrive una vera e propria landing page composta in tempo reale dall’intelligenza artificiale di Google. Gli elementi previsti stanno facendo sobbalzare parecchi osservatori: headline adattate all’intento di ricerca, feed di prodotti, filtri suggeriti, link a pagine interne e persino un chatbot integrato. Google potrebbe, in sostanza, assemblare una versione sintetica ma completa dell’offerta di un brand, trattenendo l’utente nel proprio ambiente. La pagina che verrebbe presentata non è una copia cache: è una versione nuova, costruita ad hoc. L’AI seleziona, riorganizza e riscrive contenuti. La struttura informativa del sito originale diventa materia prima, non più la destinazione finale della ricerca.

Personalizzazione spinta e il rischio di perdere il controllo

Il livello di personalizzazione descritto nel brevetto va ben oltre ciò che già si conosce con AI Overview. Questa nuova impostazione, che va detto potrebbe anche non vedere mai la luce trattandosi al momento di un brevetto non ancora trasformato in tecnologia concreta, offrirebbe agli utenti versioni del tutto inedite dei siti Web di qualsiasi realtà editoriale e non. Potenzialmente, anche dei siti di qualunque realtà d’impresa.

Se un sistema del genere venisse implementato su larga scala, il traffico organico subirebbe una trasformazione profonda. Non si parlerebbe più solo di ranking, ma di una presenza indiretta dentro interfacce generate da un soggetto terzo. Un dettaglio nel brevetto merita particolare attenzione: la possibilità che i link di navigazione compaiano anche in contenuti sponsorizzati. Il punto è delicato, perché in teoria un brand potrebbe trovarsi a pagare per traffico verso una pagina che non controlla direttamente. Non è detto che accada, ma il fatto che sia contemplato indica una direzione commerciale piuttosto chiara.

Per chi lavora in ambito SEO, cambia il concetto stesso di ottimizzazione. Non basta più intercettare keyword: serve costruire contenuti strutturati, coerenti e difficili da reinterpretare. Le pagine deboli, quelle di scarso valore, diventano le prime candidate alla sostituzione.

Quanto è realistico tutto questo e cosa cambia per chi crea contenuti

L’esistenza di un brevetto, lo si è già sottolineato, non equivale a un prodotto. Google ne deposita centinaia ogni anno e molti non arrivano mai in produzione. Però analizzare questi documenti aiuta a capire la strada che l’azienda di Mountain View potrebbe imboccare nel futuro prossimo. In questo caso, l’impostazione sembra puntare a ridurre la distanza tra query e risposta fino ad eliminare il passaggio intermedio della visita al sito.

È verosimile che le query informative siano destinate a essere risolte direttamente da Google, mentre query complesse o transazionali potrebbero continuare a generare traffico qualificato. Se l’idea contenuta nel brevetto dovesse trasformarsi in tecnologia reale, il volume e la qualità del traffico cambieranno in maniera significativa. I siti Web, comunque, sembrano non essere più posti al centro dell’esperienza: si stanno progressivamente trasformando in fonti di dati gratuite.

La reazione che serpeggia in queste ore è allarmistica, con qualcuno che parla apertamente della fine dei siti Web. Il fatto è che il controllo di questi meccanismi si concentra sempre di più nelle mani del motore di ricerca, che evidentemente sta cercando modi per difendersi dall’ondata di chatbot AI registrata negli ultimi anni. La risposta di Google? Rendere l’esperienza più simile a quella dei chatbot, con la produzione di pagine potenzialmente più esaustive e integrate, ma verosimilmente non altrettanto affidabili. Nel settore dell’editoria online i lettori si fidano di alcune testate perché sanno che propongono informazioni attendibili, mentre i contenuti proposti da AI Overview sono talvolta oggetto di critica per rappresentazioni non pertinenti o mal argomentate. Far evolvere questo sistema in uno strumento ancora più complesso potrebbe comportare non poche criticità.

Quello che emerge dalla lettura del brevetto è che chi produce contenuti non deve più lavorare solo per ottenere un clic, ma soprattutto per essere citabile, riconoscibile e difficile da comprimere.

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Manuel De Pandis

Filmmaker, giornalista tech.

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