Per anni i gestori delle risorse idriche si sono chiesti dove finisse l’acqua mancante del Colorado River. Il fiume che attraversa sette stati americani e il Messico fornendo acqua potabile, irrigazione agricola e energia idroelettrica. Le previsioni basate sul manto nevoso continuavano a sovrastimare la portata reale del fiume, anche nelle annate con nevicate abbondanti. Adesso una nuova ricerca della University of Washington ha finalmente dato una risposta e la spiegazione non è affatto quella che ci si aspettava.
Il problema è cominciato intorno all’anno 2000. Da quel momento in poi, i modelli previsionali hanno iniziato a sbagliare sistematicamente. La neve c’era, ma l’acqua che arrivava nei fiumi era sempre meno del previsto. Lo studio, pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters, punta il dito contro un colpevole inatteso: la mancanza di piogge primaverili. E non è una questione marginale. Secondo i ricercatori, le primavere più calde e secche spiegano quasi il 70% della differenza tra la portata prevista e quella effettivamente registrata nel fiume.
Il meccanismo è piuttosto intuitivo, una volta che lo si capisce. Quando in primavera piove poco, le piante non hanno altra scelta che attingere direttamente alla neve che si scioglie. In pratica funzionano come pompe naturali: assorbono l’acqua dal terreno e la rilasciano nell’atmosfera. E con cieli più sereni arriva anche più sole, che stimola la crescita vegetale e aumenta l’evaporazione dal suolo. Il risultato? Meno acqua raggiunge i corsi d’acqua.
Daniel Hogan, dottorando nel dipartimento di ingegneria civile e ambientale della University of Washington e autore principale dello studio, ha spiegato che il periodo in cui tutti si chiedevano “dove sta finendo la nostra acqua” coincide esattamente con l’inizio della cosiddetta siccità del Millennio, partita nel 2000 e tuttora in corso. La pioggia primaverile che viene a mancare significa meno nuvole, più sole, e piante che crescono a ritmi impressionanti sfruttando tutta l’acqua disponibile dallo scioglimento della neve.
Non è solo evaporazione: il ruolo della vegetazione è decisivo
Una delle prime ipotesi era che la neve si trasformasse direttamente in vapore acqueo attraverso un processo chiamato sublimazione. Ma questa spiegazione copre appena il 10% dell’acqua mancante del Colorado River. Il vero fattore dominante è la risposta degli ecosistemi al cambiamento delle condizioni primaverili. Erbe, fiori selvatici, alberi: tutta la vegetazione agisce come una rete di cannucce giganti che aspirano l’acqua di fusione prima che questa possa raggiungere i torrenti.
Il team di ricerca ha analizzato 26 bacini idrografici nell’Upper Colorado River Basin a diverse altitudini, combinando decenni di dati su portata fluviale e precipitazioni a partire dal 1964. I risultati sono stati coerenti ovunque: quando le piogge primaverili calavano, la portata dei fiumi scendeva. I bacini a quote più basse mostravano i cali maggiori, perché la neve si scioglie prima e le piante hanno più tempo per crescere e assorbire acqua.
Prevedere le risorse idriche diventa sempre più difficile
Questa scoperta mette in crisi i metodi di previsione idrica attualmente in uso. I gestori delle risorse idriche si basano principalmente sulle misurazioni del manto nevoso fatte a inizio aprile, ma a quel punto la primavera non si è ancora manifestata del tutto. Jessica Lundquist, coautrice dello studio, ha sottolineato che ora che si sa quanto le piogge primaverili siano più importanti di quelle di qualsiasi altro periodo dell’anno, sarà necessario migliorare le previsioni meteorologiche primaverili per rendere più accurate le stime di aprile.
I numeri del quadro complessivo non sono rassicuranti. Dal 1999, le precipitazioni nel bacino del Colorado River sono diminuite di circa il 7%, e in alcune annate solo la metà della neve fusa prevista ha effettivamente raggiunto fiumi e torrenti. Le temperature in aumento accelerano lo scioglimento e aumentano le perdite di acqua. I terreni secchi assorbono grandi quantità di acqua di fusione prima ancora che raggiunga i corsi d’acqua, mentre le riserve di acque sotterranee nel bacino sono calate sensibilmente negli ultimi decenni. Il gruppo di ricerca sta continuando a studiare cosa succede durante la primavera, incluso se le chiazze di neve residua funzionino come piccoli serbatoi che alimentano la vegetazione circostante nel tempo.
