Il vibe coding è diventato il capro espiatorio perfetto per qualsiasi malfunzionamento tecnologico, almeno secondo una fetta sempre più rumorosa degli utenti di Bluesky. Lunedì scorso il social network ha registrato alcune interruzioni intermittenti del servizio, nulla di particolarmente clamoroso considerando che problemi simili si erano già verificati in passato. La piattaforma ha attribuito ufficialmente i disservizi a un fornitore di servizi a monte. Eppure, per moltissimi utenti la diagnosi era già pronta: la colpa doveva essere per forza del codice scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.+
Cosa succede con Bluesky?
I feed di Bluesky si sono riempiti in poche ore di centinaia di post, meme e commenti sarcastici puntati contro il team di sviluppo, accusato di affidarsi a strumenti AI poco affidabili per scrivere codice difettoso. Il tono prevalente era quello di una rabbia quasi compiaciuta. “Qualsiasi sviluppatore che usa il vibe coding o che si affida all’AI per programmare è chiaramente troppo stupido per fare il lavoro per cui viene pagato e dovrebbe essere licenziato sparandolo da un cannone”, ha scritto l’utente T-Kay, dando voce a un sentimento piuttosto diffuso. “Programmare richiede competenza, non sciatteria.”
Questa reazione mette in luce quanto una parte consistente del pubblico sia ancora visceralmente contraria all’idea che strumenti di intelligenza artificiale vengano utilizzati nella creazione dei prodotti digitali che usa ogni giorno. E questo anche mentre i programmatori professionisti si mostrano sempre più entusiasti delle potenzialità degli strumenti di coding AI.
Il contesto: Bluesky ammette di usare l’AI e scoppia il caso
Il terreno era già stato preparato settimane prima del disservizio. La fondatrice e Chief Innovation Officer di Bluesky, Jay Graber, aveva dichiarato apertamente a fine marzo che “Bluesky è fatto con l’AI, gli ingegneri e anche alcuni non ingegneri usano Claude Code“. Il consulente tecnico Jeromy Johnson, noto sulla piattaforma come “Why”, si era spinto ancora più in là affermando a febbraio che “negli ultimi due mesi Claude ha scritto circa il 99% del codice. Le cose stanno cambiando. Velocemente.” Anche il CTO Paul Frazee si era unito al coro, dicendo (forse scherzando) di fare vibe coding almeno altrettanto.
Le preoccupazioni sono poi aumentate il 28 marzo, quando Bluesky ha annunciato Attie, un progetto collaterale che permette agli utenti di costruire feed personalizzati parlando con un chatbot basato su Claude Code. L’obiettivo dichiarato era quello di consentire agli utenti di creare le proprie app social tramite vibe coding. Anche se Attie è un prodotto separato e non fa parte dell’app principale di Bluesky, molti utenti scettici sull’AI hanno reagito male, soprattutto considerando che Bluesky aveva attirato nel 2024 tanti iscritti in fuga dalla X di Elon Musk proprio con la promessa di non usare i post per addestrare modelli di intelligenza artificiale.
“Sentiamo le preoccupazioni sull’AI,” ha scritto Graber la settimana scorsa rispondendo alle polemiche su Attie. “Il nostro obiettivo è usare questa tecnologia per dare alle persone maggiore controllo, non per generare contenuti.”
Vibe coding o semplice assistenza AI? Una distinzione che si perde nel rumore
Il caso Bluesky non è isolato. Quando Anthropic ha accidentalmente esposto il proprio codice sorgente la settimana scorsa, anche lì molti hanno subito dato la colpa al vibe coding, nonostante l’azienda abbia attribuito la fuga a un errore umano durante il deploy manuale. Allo stesso modo, un’interruzione di sei ore su Amazon è stata collegata a codice AI scritto in modo approssimativo, e non mancano storie di agenti di coding che hanno cancellato file in modo irreversibile contro la volontà dei programmatori.
Ma il software difettoso e i problemi ai servizi Internet esistevano molto prima che il vibe coding diventasse un termine di uso comune. Frazee ha provato a spiegare la differenza in un thread di inizio marzo: “Il team di Bluesky mantiene gli stessi processi di revisione, red teaming e controllo qualità di sempre. Gli strumenti di coding AI si stanno rivelando utili, ma non hanno cambiato le pratiche fondamentali della buona ingegneria. La revisione e la direzione umana restano centrali.”
La definizione originale di vibe coding, coniata oltre un anno fa, descriveva dilettanti e non programmatori che usavano l’AI per generare codice fragile senza capirlo. Ben diverso da sviluppatori esperti che usano questi strumenti per essere più efficienti, verificando e organizzando tutto con le proprie competenze. Eppure la distinzione si perde nel rumore. Come ha scritto l’utente Dalton Deschain: “La lezione del disservizio di oggi non è che sia stato causato dal vibe coding… è che se usi l’AI non avrai più il beneficio del dubbio e tutti ti prenderanno in giro per pigrizia, a prescindere dalla causa reale.”
