Migliaia di marittimi bloccati nel Golfo Persico vivono una condizione che va ben oltre le conseguenze dirette del conflitto. Nello stretto di Hormuz e nei corridoi marittimi circostanti, decine di imbarcazioni sono ferme, impossibilitate a muoversi. A volte per via dell’escalation militare, certo. Ma spesso anche per un motivo meno evidente e più strutturale: un sistema di navigazione globale in cui proprietà, regolamentazione e responsabilità raramente coincidono.
Chi lavora a bordo di queste navi si ritrova, di fatto, intrappolato. È il caso di PK Vijay, un marinaio indiano dello stato del Kerala che aveva chiesto un prestito convinto di avere davanti un impiego stabile. Il suo stipendio mensile doveva servire a mantenere la famiglia rimasta a casa. “Mi avevano detto che avrei lavorato su una nave”, racconta. “Ma quando sono arrivato, sono stato assegnato a una nave da rottamare“, con la promessa di un trasferimento su un’altra imbarcazione. Trasferimento che non si è mai concretizzato. L’agente che gli aveva procurato il lavoro e il proprietario della nave hanno smesso di rispondergli. Dopo oltre 14 mesi, Vijay sostiene di non aver ricevuto nemmeno una rupia. E senza una lettera ufficiale di autorizzazione da parte dell’armatore, non può nemmeno sbarcare legalmente.
Marittimi bloccati nel Golfo Persico, un sistema che lascia i lavoratori in un limbo
Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, molte navi civili si sono trovate sotto il fuoco incrociato. La chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha poi peggiorato tutto, intrappolando le imbarcazioni sul posto e rendendole vulnerabili agli attacchi. Secondo l’Organizzazione marittima internazionale (Omi), al 24 marzo erano stati segnalati almeno 18 attacchi alle navi nella regione, con diversi morti e feriti. Per circa 20mila lavoratori marittimi e portuali attivi nell’area, i pericoli sono aumentati sensibilmente.
Il punto è che il trasporto marittimo moderno abbraccia più giurisdizioni contemporaneamente: una nave può essere di proprietà di un paese, registrata in un altro, gestita da terzi e fisicamente trovarsi altrove. In condizioni normali questo meccanismo tiene in piedi il commercio globale. In tempi di crisi, però, può lasciare i lavoratori senza interlocutori. Se la proprietà, la registrazione e la gestione operativa fanno capo a paesi diversi, non esiste un’unica autorità responsabile quando le cose vanno storte. E anche a contratto scaduto, i marittimi hanno bisogno che gli armatori autorizzino lo sbarco.
La Federazione internazionale dei lavoratori dei trasporti (Itf) afferma che è possibile intervenire, ma qualsiasi azione dipende dal coordinamento tra giurisdizioni e dalla collaborazione degli armatori. “Quando è scoppiata la guerra, abbiamo istituito un Comitato per proteggere i lavoratori marittimi nella regione”, spiega John Canias, coordinatore delle operazioni marittime dell’Itf. L’organizzazione ha identificato alcune rotte come aree ad alto rischio, tra cui il golfo Arabico, lo stretto di Hormuz e parti del golfo di Oman, incoraggiando gli armatori a consentire la rescissione dei contratti per chi non vuole operare in quelle zone.
Il record delle navi abbandonate e i marittimi italiani coinvolti
La nave di Vijay, la Mahakal, ha una storia documentata di problemi. Diverse organizzazioni confermano che è di proprietà di un privato e non risulta ufficialmente registrata presso l’Omi. Ma non è un caso isolato. Secondo l’Itf, nel 2025 il numero delle navi abbandonate ha raggiunto il record storico: 409 casi, con oltre 6.200 lavoratori marittimi coinvolti a livello globale. Più di 150 di questi episodi si sono verificati proprio in Medio Oriente. I cittadini indiani sono i più colpiti, seguiti da filippini e siriani. Attualmente nel Golfo Persico risultano bloccati anche cinquanta marittimi italiani.
Dall’inizio dell’escalation, i funzionari dell’Itf ricevono decine di richieste di soccorso ogni giorno, in particolare da chi si trova su navi con cui gli armatori hanno tagliato ogni comunicazione. In alcuni casi è stata documentata la distruzione dei macchinari di bordo, con imbarcazioni lasciate senza carburante né energia. “Proprio di recente, abbiamo ricevuto un video da un lavoratore marittimo che mostra un missile che esplode a circa 10 metri dalla nave”, racconta Canias.
Per chi è bloccato a bordo, i rischi non sono solo fisici. L’isolamento, l’incertezza e la totale mancanza di mobilità hanno un impatto psicologico pesante. Vijay racconta di provare a rassicurare la famiglia al telefono, anche se la sua situazione non cambia. “Sono preoccupati per me, ma cerco di far vedere che sono felice”, confessa. “Ma sono in una situazione molto deprimente”. La sua speranza è tornare a casa e ricostruire la propria vita.
