I casi di epatite A in Italia stanno crescendo di nuovo, e il dato di marzo ha fatto scattare più di un campanello d’allarme: oltre 160 segnalazioni in un solo mese. Il sistema di sorveglianza Seieva, coordinato dall’Istituto superiore di sanità, ha registrato un’impennata che riguarda soprattutto Campania, Lazio e Puglia, dove le autorità hanno già rafforzato i controlli sulla filiera alimentare. Non si parla di emergenza, la situazione viene definita sotto controllo, ma i numeri raccontano una tendenza chiara: 631 casi nel 2025, già in aumento rispetto ai 443 del 2024, e un primo trimestre 2026 che non promette nulla di buono.
Tra gennaio e marzo 2026, ben 262 casi di epatite A sono stati collegati direttamente al consumo di frutti di mare, una cifra quasi sei volte più alta rispetto allo stesso periodo del 2024. Il meccanismo è noto ma vale la pena ricordarlo: il virus Hav si trasmette per via oro-fecale, viene eliminato attraverso le feci di persone infette e può raggiungere gli scarichi fognari. Se la depurazione non funziona come dovrebbe, il virus finisce per contaminare allevamenti di molluschi e coltivazioni agricole. Cozze, vongole e ostriche funzionano come filtri biologici naturali, concentrando le particelle virali al loro interno. Mangiarle crude o poco cotte è il principale fattore di rischio, anche se la trasmissione può avvenire pure tramite acqua contaminata o verdure lavate con acqua non sicura.
Sintomi dell’epatite A e chi rischia di più
Un aspetto che complica parecchio le cose è il periodo di incubazione, che va dai 15 ai 50 giorni. Questo rende molto difficile per chi si ammala capire dove e quando sia avvenuto il contagio. I sintomi tipici comprendono febbre, nausea, dolori addominali e soprattutto ittero, quella colorazione giallastra della pelle e degli occhi che si accompagna a urine scure e feci chiare. Nei bambini la malattia spesso passa inosservata, quasi senza sintomi. Negli adulti, invece, il quadro può essere decisamente più pesante e durare a lungo.
La letalità generale resta bassa, tra lo 0,1% e lo 0,3%, ma per le persone sopra i 50 anni o per chi convive già con malattie epatiche croniche il rischio sale in modo significativo, arrivando fino all’1,8% nei casi di epatite fulminante. La diagnosi si fa con esami del sangue specifici che rilevano la presenza di anticorpi anti-Hav.
Come proteggersi: igiene e vaccino
Non esiste una terapia specifica contro l’epatite A. Chi si ammala deve fondamentalmente riposare e seguire una dieta leggera per non sovraccaricare il fegato durante la fase acuta. Tutto il peso, quindi, ricade sulla prevenzione. Le regole base sono semplici: lavarsi spesso le mani, evitare i molluschi crudi (la cottura deve essere prolungata abbastanza da neutralizzare il virus) e fare attenzione alla provenienza degli alimenti.
Lo strumento più efficace resta il vaccino anti-epatite A, disponibile in Italia, sicuro e in grado di garantire protezione entro 14-21 giorni dalla somministrazione. Le autorità sanitarie lo raccomandano in particolare ai viaggiatori diretti verso aree endemiche, agli operatori ecologici, al personale di laboratorio, ai soggetti con epatopatie croniche e a chiunque abbia avuto contatti stretti con persone infette. I dati della sorveglianza degli ultimi anni hanno evidenziato anche una quota di trasmissione sessuale, in particolare tra uomini che fanno sesso con uomini, rendendo la vaccinazione uno strumento fondamentale anche in quel contesto epidemiologico.
