L’intelligenza artificiale è entrata per la prima volta in una sala operatoria italiana durante un’angioplastica coronarica. L’intervento è stato eseguito al Gemelli di Roma, che si colloca tra i primi centri nell’area EMEA ad aver adottato il software Ultreon 3.0, sviluppato da Abbott. Si tratta di una piattaforma che combina immagini ad altissima definizione e analisi automatica dei dati, pensata per supportare lo staff medico nelle decisioni durante la procedura.
Alla base di tutto resta la coronarografia, l’esame utilizzato da decenni per individuare i restringimenti delle arterie coronarie. Attraverso un sottile catetere, oggi spesso inserito dal polso, si raggiungono i vasi del cuore e si inietta un mezzo di contrasto che li rende visibili ai raggi X. Se viene rilevata una placca aterosclerotica, il cardiologo valuta se intervenire con uno stent, cioè la piccola protesi metallica che mantiene aperta l’arteria. Ma negli anni ci si è resi conto che la sola angiografia non sempre basta per stimare con precisione la gravità di una lesione. Per questo si è diffuso l’utilizzo dell’OCT (Optical Coherence Tomography), una tecnologia che consente di osservare l’interno del vaso con un livello di dettaglio molto elevato. Il Policlinico Gemelli è tra i centri italiani con maggiore esperienza nell’impiego di questa metodica, grazie a un’attività clinica consolidata e una rilevante produzione scientifica nel settore.
Come funziona Ultreon 3.0 e cosa cambia rispetto al passato
Ultreon 3.0 parte dalle immagini OCT, ma aggiunge un passaggio ulteriore: grazie all’intelligenza artificiale, il sistema analizza automaticamente ciò che viene acquisito e stima anche la rilevanza funzionale del restringimento. Non si limita quindi a mostrare la placca, ma aiuta a capire quanto effettivamente ostacoli la circolazione. L’acquisizione dura circa un secondo e le immagini risultano più dettagliate rispetto all’ultrasuono intravascolare. In alcuni casi, la piattaforma consente inoltre di ridurre, fino addirittura ad azzerare, l’uso del mezzo di contrasto durante l’intervento.
Il professor Francesco Burzotta ha spiegato che «coronarografia e angioplastica sono state storicamente basate sulle immagini angiografiche, che però hanno una capacità di risoluzione limitata». Per aumentare la precisione si affiancano oggi due approcci: la FFR (Fractional Flow Reserve), che misura quanto una placca ostacola il flusso sanguigno, e l’imaging intracoronarico come l’OCT. La vera novità sta nell’integrazione. Il professor Carlo Trani ha sottolineato che «dall’immagine OCT il software riesce a derivare informazioni funzionali simili a quelle della FFR», ricordando che finora queste valutazioni richiedevano strumenti diversi e tempi più lunghi. Con la nuova piattaforma, invece, possono essere ottenute a partire da un’unica acquisizione.
Non una sostituzione, ma un’evoluzione concreta
Nessuno parla di mandare in pensione le metodiche tradizionali. «Non pensiamo che questa innovazione sostituirà completamente la FFR, la cui validità è supportata da numerosi studi clinici, ma rappresenta certamente un’evoluzione molto attesa», ha aggiunto Burzotta. L’impatto è concreto anche nella fase finale dell’intervento. Quando viene posizionato uno stent, è fondamentale verificarne l’espansione e il corretto posizionamento. L’analisi avanzata delle immagini consente di controllare il risultato in tempo reale e, se necessario, di ottimizzarlo.
Evelina Cerri, General Manager della divisione vascolare di Abbott in Italia, ha commentato che «il software è in grado di rilevare automaticamente il calcio e il diametro dei vasi, integrando in un’unica piattaforma informazioni di imaging e fisiologia».
