Un racconto scritto dall’intelligenza artificiale potrebbe aver vinto uno dei premi letterari più prestigiosi del panorama anglofono, e la cosa sta facendo discutere parecchio. Si tratta di The Serpent in the Grove, un testo che affronta temi come la violenza, la redenzione, il trauma e la rinascita, presentato dallo scrittore Jamir Nazir e premiato con il Commonwealth Prize dalla rivista Granta come migliore opera del concorso. Tutto normale, almeno fino a quando qualcuno non ha iniziato a guardare quel racconto un po’ più da vicino.
I dubbi sul racconto premiato e la risposta degli organizzatori
Dopo la pubblicazione del testo, nei primi giorni della settimana diversi lettori hanno sollevato perplessità. Alcuni hanno individuato nel racconto quelli che sembrano i tratti tipici di un contenuto generato dall’intelligenza artificiale: certi cliché, una certa struttura prevedibile, passaggi che ricordano il modo in cui lavorano i modelli linguistici. Le critiche si sono riversate sui social e gli organizzatori del concorso si sono trovati costretti a rispondere.
Ed è qui che la faccenda diventa davvero curiosa. Granta ha deciso di sottoporre il racconto a Claude, il chatbot di Anthropic, chiedendogli essenzialmente se fosse stato generato dall’AI. Una scelta che ha un che di paradossale, se ci si pensa: usare l’intelligenza artificiale per verificare se un testo è frutto dell’intelligenza artificiale. La risposta di Claude è stata articolata e ha concluso che il racconto quasi certamente non era stato prodotto senza l’intervento di un essere umano. In pratica, secondo il chatbot, il testo potrebbe avere un nucleo scritto da Nazir, poi rielaborato e ampliato con l’aiuto di un modello linguistico.
Una delle osservazioni più interessanti emerse dall’analisi riguarda alcuni passaggi specifici che non si adattano allo schema generale del testo. Quei frammenti presentano una specificità anomala, il tipo di dettaglio che i modelli faticano ancora a generare autonomamente, senza un input umano preciso. Se davvero esiste una componente umana nel racconto, secondo Claude sarebbe concentrata proprio lì, mentre il resto potrebbe essere stato elaborato dall’AI.
Il vero problema non è l’uso dell’AI
Questa vicenda mette in luce qualcosa che va ben oltre il singolo caso. Certificare con certezza la natura artificiale di un testo è praticamente impossibile allo stato attuale. A differenza di quanto accade con video o immagini, dove esistono strumenti e indizi più affidabili per smascherare i contenuti generati, con la scrittura la questione è molto più sfumata. Soprattutto quando chi pubblica il testo interviene con ritocchi mirati, piccole modifiche qua e là per mascherare l’origine del contenuto e renderlo più credibile come opera umana.
Il punto è che concentrarsi esclusivamente sulla domanda “lo ha scritto l’AI oppure no?” rischia di far perdere di vista la questione più profonda. Diventerà sempre più complicato verificarlo, questo è un dato di fatto. La domanda che invece andrebbe affrontata con più serietà è un’altra: che valore si è ancora disposti ad attribuire alla creatività umana? Conta ancora che un racconto porti il segno di uno stile personale, di una visione del mondo unica, di un punto di vista irripetibile? Oppure ormai non fa più differenza, purché il risultato finale sia piacevole da leggere? È una domanda che vale per un racconto presentato a un premio letterario esattamente come per qualsiasi altro testo pubblicato ogni giorno.
