Il caro carburante sta diventando un tema sempre più caldo. I prezzi di benzina e gasolio in Italia continuano a salire e il taglio delle accise varato dal Governo è destinato a terminare a breve, salvo eventuali proroghe che molti si augurano. Una situazione tutt’altro che rassicurante, resa ancora più tesa dalla comparsa di cartelli “carburante esaurito” in alcuni distributori sparsi lungo la Penisola. Piccoli focolai di panico che stanno alimentando una domanda legittima: ci stiamo avvicinando a una nuova crisi energetica, con domeniche a piedi e consumi drasticamente ridotti? A fare chiarezza sulla questione è Marina Barbanti, direttore generale di Unem (Unione Energie per la Mobilità), che ha spiegato come stanno davvero le cose.
Secondo Barbanti, l’emergenza attuale è un’emergenza di prezzo, non di disponibilità di prodotto. Non esistono problemi di approvvigionamento strutturale. Quei cartelli “carburante esaurito” che qualcuno ha fotografato in giro per l’Italia dipendono molto probabilmente da dinamiche commerciali: gli impianti con politiche di prezzo più convenienti attirano più clienti del solito. Se un distributore che normalmente vende 100 si ritrova improvvisamente a vendere 130 o 140, può capitare che i tempi di rifornimento non reggano. Ma il sistema nel suo complesso funziona, i serbatoi vengono riempiti nei giorni successivi. Si tratta insomma di uno spostamento della domanda da un impianto all’altro, non di una carenza reale.
Raffinazione, approvvigionamenti e il vantaggio italiano
Un aspetto interessante riguarda la capacità produttiva del Paese. L’Italia può contare su un buon sistema di raffinazione ed è sostanzialmente esportatrice netta di benzina e gasolio. L’unico punto debole è il jet fuel, il carburante per l’aviazione, che viene importato per circa la metà del fabbisogno nazionale. Sul fronte di benzina e diesel, invece, l’apparato produttivo italiano è in grado di coprire i consumi interni. Nel breve periodo, dunque, non si intravedono difficoltà significative, a meno che non si blocchino anche le importazioni di greggio.
E a proposito di greggio, l’Italia ha imparato molto dalle crisi passate. Oggi il Paese si approvvigiona da ben 31 Paesi diversi, per 90 tipologie di greggio differenti. Negli ultimi 15 anni la diversificazione è stata impressionante: basti pensare che la Libia, un tempo sparita dalla lista dei fornitori, è tornata ad essere il primo fornitore con un peso del 24% sul totale delle importazioni. Il continente africano da solo copre il 42% delle importazioni italiane di greggio. Le raffinerie italiane, peraltro, sono molto flessibili e riescono a lavorare greggi sia leggeri che pesanti, il che rappresenta un ulteriore vantaggio competitivo.
Speculazione, accise e lo Stretto di Hormuz
Sul tema della presunta speculazione sui prezzi, Barbanti ha chiarito che tutti gli impianti vengono monitorati quotidianamente da Osservaprezzi, il sistema del Ministero delle Imprese. Qualche singolo distributore potrebbe aver approfittato della situazione, ma viene penalizzato dalla concorrenza e dal comportamento stesso dei consumatori, che cercano il prezzo più conveniente. Quando è stato introdotto il taglio delle accise, un report giornaliero del Ministero ha certificato che in un paio di giorni l’87% dei distributori si era già adeguato. Va considerato che l’Italia ha circa il doppio degli impianti rispetto a Paesi come Spagna, Germania e Francia, il che offre al consumatore un’ampia possibilità di scelta.
Quanto alla dipendenza dallo Stretto di Hormuz, la situazione italiana è relativamente favorevole. Una parte del petrolio proveniente dall’Arabia Saudita può bypassare lo Stretto via oleodotto sul Mar Rosso. L’esposizione maggiore riguarda i prodotti raffinati che escono dalle raffinerie affacciate sul Golfo Persico, che devono necessariamente transitare da Hormuz. Il vero problema, però, riguarda il gas: quasi tutto il GNL del Qatar, secondo fornitore mondiale di GNL e responsabile di circa un quinto delle esportazioni globali, non ha alternative a quello stretto.
