Una gigantesca struttura sommersa nel Mar di Galilea continua a lasciare senza risposte persino gli esperti più preparati. Si tratta di un’enorme costruzione di pietra, vecchia migliaia di anni, nascosta sotto le acque di uno dei bacini più studiati al mondo. Il peso stimato è impressionante: circa 60.000 tonnellate di materiale accumulato in una forma conica che non somiglia a niente di conosciuto nella regione. E la cosa più sconcertante è che, a distanza di oltre un decennio dalla sua individuazione, nessuno è ancora riuscito a spiegare con certezza chi l’abbia costruita, quando e soprattutto perché.
La scoperta risale al 2003, quando un gruppo di ricercatori israeliani rilevò una anomalia sul fondale durante un’indagine sonar. A circa 9 metri di profondità, nel settore meridionale del lago, emerse il profilo di una struttura circolare composta da blocchi di basalto non lavorati, impilati gli uni sugli altri senza alcun legante visibile. Le dimensioni sono notevoli: circa 70 metri di diametro alla base e oltre 10 metri di altezza. Per dare un’idea, parliamo di qualcosa di più grande della base di Stonehenge e ben più pesante.
Un enigma che resiste a ogni ipotesi
Gli archeologi hanno formulato diverse teorie, ma nessuna ha trovato conferme definitive. Qualcuno ha ipotizzato che la struttura sommersa nel Mar di Galilea fosse una sorta di cairn funerario monumentale, cioè un cumulo di pietre usato in epoca antica per segnalare sepolture importanti. Altri hanno suggerito che potesse trattarsi di una costruzione collegata alla pesca, magari una trappola per pesci di dimensioni eccezionali. C’è anche chi ha avanzato l’ipotesi di un antico insediamento poi inghiottito dall’innalzamento del livello delle acque.
Il problema principale è la datazione. Senza reperti organici associati direttamente alla struttura, stabilire un’epoca precisa è complicato. Le stime più prudenti collocano la costruzione in un arco temporale che va dal terzo al secondo millennio avanti Cristo, il che la renderebbe contemporanea o addirittura precedente ad alcune delle più antiche costruzioni megalitiche del Mediterraneo orientale. Però restano solo stime, nulla di definitivo.
Perché la struttura sommersa resta un caso aperto
Una delle difficoltà maggiori riguarda l’accessibilità. Il sito si trova in una zona dove le condizioni di visibilità subacquea non sono sempre favorevoli e le immersioni richiedono una logistica complessa. Le campagne di scavo vere e proprie sono state poche e hanno prodotto dati ancora insufficienti per chiudere il cerchio. Inoltre, la struttura sommersa nel Mar di Galilea non è collegata ad altri siti archeologici noti nelle vicinanze, il che rende ancora più difficile contestualizzarla.
Quello che colpisce è il livello di organizzazione che una costruzione del genere avrebbe richiesto. Spostare e accumulare 60.000 tonnellate di basalto in modo ordinato, anche senza lavorazione dei blocchi, implica una comunità numerosa, coordinata e con un obiettivo preciso. Eppure di questa comunità non ci sono altre tracce evidenti lungo le rive del lago.
Le ricerche più recenti hanno confermato che i blocchi di pietra provengono dalle aree circostanti e non sono stati trasportati da grandi distanze, il che suggerisce un’opera locale piuttosto che il risultato di scambi commerciali o migrazioni. Resta però il nodo fondamentale: a quale scopo una civiltà antica avrebbe investito uno sforzo così massiccio per costruire qualcosa destinato a finire sott’acqua, oppure costruito in un momento in cui il livello del lago era significativamente più basso di quello attuale.
