Il cosiddetto digital omnibus, ovvero il settimo pacchetto di semplificazione approvato dal Parlamento europeo nella propria posizione ufficiale, tocca diversi regolamenti e tra questi anche l’AI Act. E qui le cose si fanno interessanti, perché non si tratta di un semplice aggiustamento tecnico o di una limatura sui tempi di applicazione della normativa sull’intelligenza artificiale. La questione è più profonda e riguarda la natura stessa delle regole che l’Unione Europea sta costruendo attorno a questa tecnologia.
Quando si parla di semplificazione, il primo pensiero va a qualcosa di positivo: meno burocrazia, obblighi più chiari, un quadro normativo più snello. Eppure, guardando da vicino l’intervento del Parlamento UE sull’AI Act, emerge un paradosso tutt’altro che banale. La razionalizzazione degli obblighi rischia di portare con sé una dose di incoerenza che potrebbe complicare le cose anziché semplificarle. Un effetto collaterale che chi segue l’evoluzione della regolamentazione europea sull’intelligenza artificiale aveva già messo in conto, ma che adesso diventa concreto.
Il diritto dell’intelligenza artificiale diventa sempre più ibrido
Il punto centrale è che il diritto dell’IA sta assumendo una forma sempre più ibrida. Non è più un corpo normativo compatto e lineare, ma un insieme di disposizioni che si intrecciano con altri regolamenti, si sovrappongono, a volte si contraddicono. L’intervento del digital omnibus sull’AI Act è emblematico di questa tendenza: nasce con l’intento di alleggerire il carico regolatorio, ma finisce per aggiungere strati di complessità interpretativa che imprese, sviluppatori e operatori del settore dovranno affrontare.
Il pacchetto di semplificazione adottato dal Parlamento europeo non si limita all’AI Act, va detto. Interviene su più fronti normativi, e proprio questa trasversalità rende il quadro ancora più articolato. Quando un unico strumento legislativo modifica simultaneamente diverse normative, il rischio è che le modifiche apportate a un regolamento non dialoghino perfettamente con quelle applicate a un altro. E nel caso dell’AI Act, dove gli obblighi per i sistemi ad alto rischio e le tempistiche di conformità sono già di per sé complessi, ogni sovrapposizione può generare zone grigie.
Meno regole significano davvero meno problemi?
La domanda che molti addetti ai lavori si stanno ponendo è piuttosto diretta: ridurre le regole produce davvero un effetto semplificatorio, oppure la riduzione crea vuoti che lasciano spazio a interpretazioni divergenti? Nel caso dell’AI Act, la posizione del Parlamento UE sembra suggerire che la strada verso una regolamentazione chiara e applicabile dell’intelligenza artificiale in Europa sia ancora lunga. Il settimo pacchetto di semplificazione evidenzia, più di ogni altra cosa, la tensione tra due esigenze opposte: da una parte la volontà di non soffocare l’innovazione con troppi vincoli, dall’altra la necessità di mantenere un impianto normativo coerente e prevedibile per tutti gli attori coinvolti.
Il fatto che il Parlamento europeo abbia adottato la propria posizione sul digital omnibus rappresenta comunque un passaggio formale rilevante nel percorso legislativo, e le prossime fasi di negoziato con il Consiglio UE determineranno la forma finale che queste modifiche all’AI Act assumeranno effettivamente.
