Three Mile Island, la centrale nucleare che nel 1979 fu teatro del peggior incidente nucleare civile nella storia degli Stati Uniti, potrebbe tornare operativa entro il 2028. Percorrendo la Route 441 in Pennsylvania, le torri di raffreddamento si stagliano ancora all’orizzonte, e l’isola sul fiume Susquehanna conserva quell’aria di luogo inaccessibile, quasi una piccola Alcatraz industriale. Eppure, a quasi mezzo secolo da quel 28 marzo, il destino di questo impianto sta prendendo una piega che nessuno avrebbe immaginato.
Dal disastro sfiorato alla rinascita targata Big Tech
Una targa commemorativa ricorda ancora che ci furono fughe radioattive, che parte del nocciolo nucleare fu danneggiato e che migliaia di residenti dovettero evacuare. Le ripercussioni sulla salute furono nel complesso limitate: non ci furono morti né feriti direttamente attribuibili all’incidente. Una conclusione che resta però aspramente contestata da associazioni di cittadini e attivisti locali, i quali negli anni hanno denunciato un aumento di casi di cancro nell’area circostante.
Quel disastro sfiorato cambiò radicalmente il dibattito sul nucleare negli Stati Uniti, imponendo di fatto una battuta d’arresto all’intero settore. Oggi, però, è cambiato tutto. L’Unità 2, protagonista dell’incidente, è fuori servizio dal 1979. Il reattore 1, chiuso per ragioni economiche nel 2019, dovrebbe invece tornare operativo grazie a un accordo senza precedenti: un’intesa esclusiva ventennale tra Constellation Energy e Microsoft. Il colosso di Redmond si è assicurato il 100% dell’energia prodotta, destinandola ai propri data center sempre più energivori. Sul tavolo c’è la promessa di energia pulita, emissioni ridotte e una nuova spinta economica per il territorio.
Ma non tutti la vedono così. Eric Epstein, fondatore del gruppo Three Mile Island Alert, non usa mezzi termini: “Hanno cambiato il nome, Crane Clean Energy Center, ma la sostanza è la stessa. È un impianto zombie: non servirà case o attività locali, ma gli interessi di Big Tech. Noi forniamo acqua e lavoratori, viviamo accanto al rischio, ma non riceviamo alcuna elettricità. Quello che invece riceviamo sono i rifiuti nucleari“.
La questione delle scorie e le paure dei residenti
Sono proprio le scorie il nodo più controverso. Dopo l’incidente del 1979, il nocciolo fuso e i detriti altamente radioattivi dell’Unità 2 furono rimossi e trasferiti all’Idaho National Laboratory. L’operazione ridusse il rischio immediato, ma la questione dello smaltimento geologico definitivo resta irrisolta a livello nazionale. Le barre di uranio irradiato prodotte dalla centrale riattivata verrebbero prima raffreddate nelle piscine del sito e poi trasferite in contenitori a secco. Senza un deposito nazionale, l’isola rischia di trasformarsi in una discarica nucleare di fatto permanente.
A Middletown, il centro abitato più vicino a Three Mile Island, Gene Stilp, ex candidato al Congresso e figura di riferimento del gruppo No Tmi Restart, solleva un altro problema: “L’incidente è avvenuto più di due generazioni fa e la gente ha dimenticato cosa significhi evacuare. Oggi l’area è più urbanizzata, con ospedali e infrastrutture governative; allo stesso tempo c’è ancora una numerosa popolazione Amish che non utilizza telefoni. L’evacuazione sarebbe un incubo”.
Un iter complesso e un contesto politico favorevole
L’iter burocratico per riattivare una centrale nucleare in disuso negli Stati Uniti è lungo e complesso. Finora nessuno è riuscito a ottenere il nullaosta della Nuclear Regulatory Commission. Ma gli attivisti antinucleari non nutrono molte speranze: politica e industria spingono nella direzione opposta. L’amministrazione Trump punta a rafforzare l’intero settore con nuovi finanziamenti e ordini esecutivi. Il Dipartimento dell’Energia ha sostenuto il riavvio di altri impianti dismessi, come la centrale Palisades Nuclear Plant in Michigan, con un prestito federale di circa 1,4 miliardi di euro. Anche Google ha siglato un accordo con NextEra Energy per riattivare la centrale Duane Arnold in Iowa entro il 2029. Eric Epstein, guardando le imponenti torri di raffreddamento di Three Mile Island, scuote la testa: “Quando si parla di collegare centrali nucleari e data center, il bicchiere non è né mezzo pieno né mezzo vuoto. È costoso e opaco”.
