Ogni anno il corpo umano assorbe, senza che nessuno se ne accorga, migliaia di minuscole particelle di plastica. Forse anche centinaia di migliaia. Si nascondono ovunque: nell’acqua del rubinetto, negli alimenti confezionati, persino nell’aria che si respira ogni giorno. Tra tutte, le più insidiose sono le nanoplastiche, frammenti talmente piccoli da riuscire ad attraversare le pareti dell’intestino e a finire direttamente nel flusso sanguigno. Una prospettiva poco rassicurante, a dirla tutta. Eppure, da un laboratorio sudcoreano arriva una notizia che potrebbe cambiare le cose: un probiotico in grado di aiutare l’organismo a espellere queste particelle invisibili.
La ricerca, condotta in Corea del Sud, ha identificato un ceppo batterico capace di legarsi alle nanoplastiche presenti nel tratto intestinale e favorirne l’eliminazione attraverso le normali funzioni digestive. Non si parla di farmaci complessi o terapie invasive, ma di un microrganismo vivo che, una volta introdotto nell’intestino, svolge un lavoro quasi da “spazzino biologico. Il meccanismo è affascinante nella sua semplicità: il probiotico si attacca fisicamente alle particelle di plastica, le aggrega e ne facilita il transito verso l’espulsione naturale.
Perché le nanoplastiche sono così pericolose
Vale la pena capire cosa rende le nanoplastiche diverse dalle microplastiche di cui si sente parlare più spesso. Le dimensioni fanno tutta la differenza. Le microplastiche, pur essendo già molto piccole, tendono a restare confinate nel tratto gastrointestinale. Le nanoplastiche no. Sono così microscopiche che riescono a penetrare le membrane cellulari, raggiungendo organi come il fegato, i polmoni e persino il cervello. Diversi studi hanno collegato la loro presenza nell’organismo a processi infiammatori, stress ossidativo e potenziali danni al sistema immunitario.
Il problema è che al momento non esiste un modo efficace per evitarle del tutto. Si trovano nelle bottiglie di plastica, nei contenitori per alimenti, nei tessuti sintetici. Anche chi presta grande attenzione alla propria alimentazione finisce comunque per ingerirne quantità significative. Ed è proprio qui che la scoperta del probiotico sudcoreano diventa particolarmente rilevante: non si tratta di prevenire l’ingestione, che è praticamente impossibile, ma di fornire al corpo uno strumento per liberarsene dopo che sono già entrate.
Come funziona il probiotico e cosa aspettarsi
I ricercatori hanno osservato che il ceppo batterico individuato riesce a ridurre in modo significativo la quantità di nanoplastiche assorbite dall’intestino durante i test condotti in laboratorio. Il probiotico agisce creando una sorta di “rete biologica” che cattura le particelle prima che queste riescano a superare la barriera intestinale. Una volta intrappolate, vengono trasportate lungo il tratto digestivo e infine eliminate.
Naturalmente, siamo ancora nelle fasi iniziali della ricerca. I risultati ottenuti finora sono promettenti, ma serviranno ulteriori studi clinici sull’essere umano per confermare l’efficacia e la sicurezza di questo approccio su larga scala. Il passaggio dai test di laboratorio alla commercializzazione di un integratore a base di questo probiotico richiederà tempo, approvazioni regolatorie e verifiche approfondite.
Quello che si sa già, però, è che la capacità di questo microrganismo di legarsi alle nanoplastiche e facilitarne l’espulsione rappresenta un filone di studio con un potenziale enorme. Soprattutto considerando che, secondo le stime più recenti, la quantità di plastica dispersa nell’ambiente è destinata ad aumentare nei prossimi decenni, e con essa anche l’esposizione quotidiana dell’organismo umano a questi frammenti microscopici.
