La questione dei dazi USA sui prodotti tecnologici torna a farsi sentire con urgenza, perché la proroga concessa nei mesi scorsi sta per scadere e un accordo definitivo non è stato raggiunto. Il punto è che stavolta la situazione appare particolarmente caotica: non solo i governi coinvolti non riescono a trovare una quadra, ma persino le stesse Big Tech americane si sono schierate apertamente contro la linea dell’amministrazione Trump. Un paradosso che merita di essere raccontato per bene.
Il nodo centrale riguarda i dazi reciproci imposti dagli Stati Uniti su una vasta gamma di prodotti importati, con un’attenzione particolare verso l’elettronica di consumo proveniente dalla Cina e da altri paesi asiatici. La proroga, che aveva temporaneamente sospeso le tariffe più aggressive, è stata pensata come una finestra di negoziazione. Il problema è che quella finestra si sta chiudendo senza che nessuno abbia davvero negoziato granché. Le trattative procedono a rilento, le posizioni restano distanti e il rischio concreto è un ritorno pieno delle tariffe originarie.
Parliamo di percentuali che in alcuni casi superano il 100% su componenti elettronici e dispositivi finiti. Una mazzata che si ripercuoterebbe inevitabilmente sui prezzi al consumo di smartphone, computer, tablet e praticamente qualsiasi gadget tecnologico.
Perché le Big Tech si oppongono ai dazi
Ed è proprio qui che la faccenda diventa interessante. Aziende come Apple, Google, Microsoft e altre colossi della Silicon Valley hanno fatto sapere, attraverso i rispettivi canali istituzionali e le associazioni di settore, che i dazi nella forma attuale creano un livello di incertezza insostenibile per la pianificazione industriale. Non è una questione ideologica: è una questione pratica. Quando un’azienda non sa se fra trenta giorni pagherà il 10% o il 145% su un componente importato, diventa impossibile fissare i prezzi dei prodotti, gestire le scorte di magazzino o decidere dove localizzare la produzione.
Apple rappresenta forse il caso più emblematico. La stragrande maggioranza degli iPhone viene assemblata in Cina, e qualsiasi inasprimento tariffario si tradurrebbe in un aumento di prezzo per il consumatore finale oppure in una compressione dei margini di profitto. Entrambe le opzioni sono poco appetibili, e non sorprende che dalla sede di Cupertino arrivi una certa insofferenza verso questa politica commerciale a singhiozzo.
Il punto sollevato dalle Big Tech è che l’incertezza fa più danni dei dazi stessi. Un dazio fisso, per quanto elevato, permette almeno di fare dei conti. Un dazio che cambia ogni novanta giorni a seconda degli umori politici, no. E questa oscillazione continua ha già spinto diverse aziende a valutare scenari alternativi per le proprie catene di approvvigionamento, con un occhio a India e Vietnam, ma senza la possibilità reale di spostare tutto in tempi rapidi.
Cosa succede dopo la scadenza della proroga
Se la proroga dovesse scadere senza rinnovo e senza un nuovo accordo commerciale, le tariffe tornerebbero ai livelli massimi già annunciati. Per il settore tecnologico significherebbe un impatto diretto su milioni di prodotti destinati al mercato americano ed europeo, con ripercussioni a cascata anche sui mercati finanziari. Le azioni delle principali aziende tech hanno già mostrato una certa volatilità nelle ultime settimane, segno che gli investitori non si fidano particolarmente della capacità delle parti di trovare un compromesso in tempo utile.
La scadenza è fissata a luglio 2026, e al momento non risultano incontri bilaterali programmati ai massimi livelli tra Washington e Pechino per discutere specificamente della questione dazi tecnologici.
