Il tema dei cyber attacchi in Italia è ormai una costante nel dibattito sulla sicurezza digitale, e i numeri lo confermano: il nostro Paese figura stabilmente tra i più colpiti a livello europeo. Ma c’è un aspetto che spesso resta in secondo piano, ed è forse quello più importante. Non si tratta tanto di capire chi sarà il prossimo bersaglio, quanto piuttosto di misurare con precisione il tempo di ripartenza dopo un attacco. Perché è lì che si gioca la partita vera.
Pensarci bene fa un certo effetto. Ogni azienda, piccola o grande che sia, può finire nel mirino. Gli attacchi informatici non fanno distinzioni particolari, colpiscono infrastrutture critiche come piccole realtà locali. E quando succede, la domanda che dovrebbe circolare nei consigli di amministrazione non è “come evitarlo”, ma piuttosto: “se domani mattina ci bloccano tutto, quanto ci mettiamo a tornare operativi?”
Qui entra in gioco un concetto che nel settore della cybersecurity è fondamentale: la resilienza informatica. Cioè la capacità concreta di un’organizzazione di assorbire il colpo, contenere i danni e rimettere in moto i propri sistemi nel minor tempo possibile. Le aziende che hanno investito seriamente in piani di disaster recovery e in test periodici dei propri processi di ripristino si trovano in una posizione radicalmente diversa rispetto a chi ha semplicemente installato un antivirus e sperato per il meglio.
Conoscere i propri tempi di ripristino è la vera maturità cyber
Il punto critico, e questo vale soprattutto per le aziende italiane, è che molte realtà non hanno la minima idea di quanto tempo impiegherebbero a ripartire dopo un incidente serio. Parliamo di giorni, a volte settimane. E ogni giorno di fermo significa perdite economiche, danni reputazionali, clienti che si rivolgono altrove. Eppure, testare concretamente i tempi di ripristino dei sistemi resta una pratica poco diffusa.
La maturità in ambito cyber si misura proprio qui. Non basta avere firewall sofisticati o sistemi di monitoraggio avanzati. Serve sapere, con ragionevole certezza, cosa succede quando tutto va storto. Serve aver simulato lo scenario peggiore e aver cronometrato ogni fase della ripartenza. Le organizzazioni più strutturate lo fanno regolarmente, inserendo queste simulazioni nei propri protocolli operativi.
L’Italia tra i Paesi più esposti: servono investimenti mirati
Il fatto che l’Italia sia tra i Paesi più colpiti dai cyber attacchi non è una novità. Le ragioni sono molteplici: un tessuto produttivo fatto in gran parte di PMI con budget limitati per la sicurezza, una cultura digitale ancora in fase di consolidamento e, spesso, una sottovalutazione del rischio che porta a rimandare gli investimenti necessari.
