La guerra in Medio Oriente sta provocando quella che viene definita la più grave interruzione nell’approvvigionamento globale di petrolio della storia. A lanciare l’allarme è l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), che parla di una delle maggiori minacce energetiche mai registrate. I prezzi del greggio e dei suoi derivati, dal diesel alla benzina passando per il gas di petrolio liquefatto (Gpl), stanno salendo a ritmi che non si vedevano da decenni. E il rischio di una recessione in diverse economie globali è tutt’altro che teorico.
Al centro di tutto c’è lo stretto di Hormuz, uno degli snodi più critici per il commercio energetico mondiale. In condizioni normali, da lì transitano circa 20 milioni di barili al giorno tra petrolio e derivati, qualcosa come il 20% del commercio globale del settore. Dall’inizio del conflitto, però, l’attività si è ridotta ai minimi termini. Il risultato è un calo di circa 8 milioni di barili al giorno nelle esportazioni dei produttori del Golfo Persico. I prezzi del petrolio hanno ampiamente superato i 90 euro al barile, con rincari compresi tra il 30% e il 60% rispetto ai livelli abituali. Le conseguenze economiche sono pesanti: si stima che un aumento del 10% del prezzo del greggio faccia salire l’inflazione globale di circa 0,4 punti percentuali e riduca il PIL mondiale tra lo 0,1% e lo 0,2%. Il direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol, ha avvertito che senza una soluzione rapida le ripercussioni continueranno a peggiorare. A inizio marzo, i paesi membri hanno concordato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche di emergenza, la più ampia immissione nella storia dell’organizzazione. Ma l’Aie stessa riconosce che da sola questa misura non basta.
Le dieci raccomandazioni dell’Aie per ridurre i consumi
Proprio per questo, l’Aie ha condiviso dieci raccomandazioni rivolte a governi, imprese e cittadini. Birol ha sottolineato che si tratta di misure che “hanno dimostrato la loro efficacia in diversi contesti” e che possono essere utili tanto per le economie avanzate quanto per i paesi in via di sviluppo. La maggior parte degli interventi riguarda la mobilità su strada, responsabile di circa il 45% della domanda globale di petrolio, ma le indicazioni toccano anche aviazione, industria e abitudini domestiche.
Tra le proposte più rilevanti c’è il potenziamento dello smart working: passare a tre giorni di lavoro da remoto a settimana potrebbe ridurre il consumo personale di carburante fino al 20%. Poi la riduzione dei limiti di velocità di almeno 10 km/h sulle autostrade, con risparmi stimati tra l’1% e il 6% su scala nazionale. L’Aie suggerisce anche di rafforzare il trasporto pubblico nelle grandi città, dove i tragitti brevi rappresentano fino al 50% del consumo di petrolio delle auto private. Tra le misure più drastiche figurano le targhe alterne, che applicate due giorni a settimana potrebbero generare risparmi tra l’1% e il 5% del consumo nazionale nel trasporto privato.
Sul fronte del car sharing e della guida efficiente, condividere i veicoli e adottare uno stile di guida più fluido potrebbe tagliare la domanda di petrolio tra il 5% e l’8%. Per il trasporto merci, ottimizzare le rotte ed eliminare i viaggi a vuoto potrebbe ridurre i consumi fino al 4%. La riduzione dei voli di lavoro, sostituiti da riunioni virtuali, potrebbe abbattere la domanda di carburante per l’aviazione tra il 7% e il 15%. Infine, l’Aie invita a sostituire il Gpl nelle abitazioni con soluzioni elettriche per cucinare e a migliorare l’efficienza operativa nell’industria, dove interventi di manutenzione e ottimizzazione potrebbero ridurre i consumi fino al 5%.
