Circa un terzo dei fertilizzanti commercializzati a livello globale transita dallo stretto di Hormuz, e questo dato da solo basta a capire quanto la crisi in Medio Oriente vada ben oltre la questione energetica. Non si parla solo di petrolio o gas. Si parla di cibo. Di grano, di pane, di pasta. Di tutto quello che finisce sulle tavole di mezzo mondo e che dipende, in modo diretto, dalla disponibilità di sostanze come urea e ammoniaca.
I numeri parlano chiaro: il 46% dell’urea esportata via mare e il 30% dell’ammoniaca passavano proprio dallo stretto di Hormuz. Ora che il traffico marittimo in quell’area è totalmente paralizzato, l’intera catena di approvvigionamento alimentare globale si ritrova sotto pressione enorme. E non è tutto, perché un’altra porzione significativa dei fertilizzanti arriva da Russia, Bielorussia e Ucraina, aree già pesantemente coinvolte in tensioni geopolitiche. Tradotto: le fonti alternative scarseggiano pure quelle.
Gli analisti del mercato stimano che le prime conseguenze concrete della riduzione dei fertilizzanti diventeranno visibili nel giro di 6 o 9 mesi, con effetti ancora più marcati nel 2027. Un orizzonte temporale che sembra lontano ma che, per chi lavora la terra, è già adesso motivo di allarme.
Le semine primaverili a rischio e la reazione degli agricoltori
Le difficoltà stanno emergendo proprio nel momento peggiore possibile, cioè a ridosso delle semine primaverili. Secondo Confagricoltura, queste rischiano concretamente di saltare a causa della scarsa disponibilità di fertilizzanti e di prezzi che sono schizzati verso l’alto fino al 50%. La produzione di pane e pasta, due pilastri dell’alimentazione italiana, è in serio pericolo.
Per tamponare la situazione, molti agricoltori hanno già iniziato a cambiare strategia. Parecchi stanno optando per una rotazione delle colture, sostituendo il mais con la soia, che ha il vantaggio di non richiedere l’aggiunta di azoto. Una mossa intelligente nell’immediato, che però porta con sé rischi non trascurabili. Se tutti si spostano sulla stessa coltura alternativa, si crea un disequilibrio sul mercato che può rompere la catena di approvvigionamento in altri punti. È un po’ come spostare il problema da una stanza all’altra senza risolverlo davvero.
Riserve strategiche di fertilizzanti: un’idea che ancora non decolla
Una delle soluzioni più ragionevoli che diversi esperti stanno proponendo è la creazione di una riserva strategica di fertilizzanti, esattamente come già avviene per il petrolio. L’idea ha una logica ferrea: se un terzo del commercio globale di queste sostanze può essere bloccato dalla chiusura di un singolo punto di passaggio marittimo, allora è evidente che serve un cuscinetto di sicurezza.
Il problema è che urea e ammoniaca non vengono ancora classificati come minerali critici dalla maggior parte dei governi. Questo significa che non esistono obblighi di stoccaggio, non ci sono piani di emergenza strutturati e, soprattutto, non ci sono fondi dedicati. Una lacuna normativa che, alla luce di quanto sta accadendo con la crisi nello stretto di Hormuz, appare sempre più difficile da giustificare.
