Il chip binning è una pratica che Apple porta avanti da anni, e che si sta rivelando un affare colossale. In sostanza, quando un chip non supera i controlli qualità per il prodotto a cui era destinato, non viene buttato via: viene riutilizzato in un altro dispositivo, magari meno esigente. E ora un nuovo rapporto rivela quanto questa strategia sia diffusa, radicata nel tempo e soprattutto redditizia, con un risparmio stimato nell’ordine delle centinaia di milioni di euro.
La storia del chip binning in casa Apple non è recente. Già nel 2020, con il lancio del MacBook Air con chip M1, era emerso un dettaglio curioso: il modello base montava una GPU a 7 core, mentre la versione più costosa ne aveva 8. Non si trattava di un chip diverso progettato apposta. Apple prendeva semplicemente quei chip M1 in cui uno degli otto core grafici non funzionava a dovere, li etichettava come versioni a 7 core e li destinava al modello più economico. Invece di finire nel cestino, quei processori trovavano una seconda vita. Il vantaggio è evidente: si alzano i rendimenti della produzione e si abbassano i costi.
MacBook Neo e il successo (quasi eccessivo) dei chip recuperati
Il caso più eclatante di questa strategia riguarda MacBook Neo. Apple è riuscita a proporre questo portatile a un prezzo così aggressivo anche grazie all’utilizzo di chip A18 Pro scartati dalla produzione di iPhone 16 Pro. Il motivo dello scarto? Solo cinque dei sei core grafici risultavano funzionanti. Niente di grave per un portatile con esigenze diverse da uno smartphone di fascia alta.
Il problema, semmai, è stato l’opposto di quello che ci si potrebbe aspettare. La domanda per MacBook Neo è stata talmente alta che Apple ha esaurito tutte le scorte di chip recuperati dalla produzione di iPhone 16 Pro. A quel punto, ha dovuto ordinarne di nuovi, fatti produrre appositamente. Una situazione quasi paradossale: il successo commerciale del prodotto ha superato la disponibilità di chip difettosi.
Dal primo iPad fino a iPhone Air: dove finiscono i chip scartati
Un rapporto del Wall Street Journal elenca almeno cinque prodotti che utilizzano chip ottenuti tramite binning. Il chip A15 Bionic, ad esempio, è finito dentro iPhone SE. Il chip A17 Pro è stato destinato a iPad mini. Il chip A18 alimenta iPhone 16e, mentre A19 si trova in iPhone 17e. E il chip A19 Pro è quello che fa girare iPhone Air.
Ma la lista non finisce qui, anzi. Secondo il rapporto, Apple ricorre a questa pratica fin dai tempi del primo iPad e di iPhone 4. All’epoca, i chip A4 che consumavano troppa energia non erano adatti a uno smartphone alimentato a batteria, ma andavano benissimo dentro Apple TV, che resta collegata alla corrente. Una logica simile ha riguardato i chip S7, inizialmente pensati per Apple Watch ma poi dirottati verso il secondo HomePod perché meno efficienti del previsto.
Quello che colpisce è la portata economica di tutto questo. Secondo le stime, il chip binning ha generato per Apple risparmi che si misurano in centinaia di milioni di euro. Non si tratta di un espediente marginale o di un trucchetto da ingegneri: è una strategia industriale vera e propria, integrata nel modo in cui Apple progetta, produce e posiziona i propri prodotti sul mercato. Ogni chip che non va bene per un dispositivo premium trova posto altrove, e ogni componente recuperato è denaro risparmiato.
