Una giuria di Los Angeles ha emesso un verdetto che potrebbe cambiare le regole del gioco per le big tech americane. Google e Meta sono state ritenute responsabili per negligenza in un caso che riguarda la dipendenza da social media sviluppata fin dall’infanzia da una giovane donna, oggi ventenne. Il risarcimento stabilito ammonta a circa 2,8 milioni di euro, ma la vera portata della decisione va ben oltre quella cifra. Questo processo, infatti, è stato costruito come caso pilota e potrebbe influenzare migliaia di cause simili negli Stati Uniti.
La giuria ha riconosciuto che YouTube e Instagram sono state progettate con meccanismi pensati per generare coinvolgimento compulsivo, e che le aziende non hanno fatto abbastanza per avvertire gli utenti dei rischi connessi. Il procedimento è durato un mese intero e ha incluso anche la testimonianza diretta di Mark Zuckerberg, un dettaglio che da solo dà la misura dell’importanza della vicenda.
Seconda fase del processo e la strategia legale dei ricorrenti
Adesso si apre una seconda fase, quella relativa ai cosiddetti danni punitivi. La giuria dovrà valutare se i prodotti delle due aziende abbiano provocato danni fisici concreti, oppure se Google e Meta abbiano deliberatamente ignorato l’impatto delle loro piattaforme sulla salute dei minori. Ed è qui che la faccenda si fa davvero interessante dal punto di vista legale.
Chi ha portato avanti la causa ha scelto una strada precisa: evitare completamente il terreno dei contenuti pubblicati sulle piattaforme, dove le aziende godono di protezioni legali molto forti grazie alla normativa americana. Il focus è stato piazzato tutto sul design dei servizi. Lo scrolling infinito, i sistemi di notifiche, i meccanismi di engagement che tengono incollati allo schermo: tutto questo è stato presentato come un insieme di scelte strutturali pensate per trattenere gli utenti il più a lungo possibile. Con effetti particolarmente pesanti sui più giovani.
Meta ha fatto sapere di non essere d’accordo con il verdetto e sta valutando le prossime mosse. Google ha già annunciato ricorso. Sui mercati finanziari, però, la reazione è stata quasi impercettibile: i titoli di entrambe le società hanno registrato variazioni minime dopo la notizia.
La pressione crescente sulle piattaforme per la sicurezza dei minori
Questo caso non nasce nel vuoto. Negli ultimi anni, la questione della sicurezza dei minori online ha fatto un salto enorme: dal dibattito pubblico è passata direttamente nelle aule dei tribunali e nei testi legislativi statali. Nel 2025, almeno venti stati americani hanno approvato normative sull’uso dei social da parte di bambini e adolescenti, con misure che vanno dal divieto degli smartphone nelle scuole fino all’obbligo di verifica dell’età.
E i procedimenti si moltiplicano. Una causa federale promossa da diversi stati e distretti scolastici è attesa in estate in California, mentre un altro processo partirà a luglio sempre a Los Angeles e coinvolgerà anche TikTok e Snapchat. Entrambe le piattaforme, che inizialmente erano incluse nel caso appena concluso, avevano già raggiunto un accordo separato con la ricorrente.
A rafforzare ulteriormente il segnale, c’è la decisione del New Mexico, che ha condannato Meta a pagare circa 350 milioni di euro per violazioni legate alla protezione dei minori.
