Il fenomeno dei podcast legati alle serie tv sta crescendo a ritmi impressionanti e non è difficile capire perché. Sempre più piattaforme di streaming stanno investendo in contenuti audio e video pensati come accompagnamento naturale alla visione, una sorta di estensione dell’esperienza che va oltre i titoli di coda. Si tratta tecnicamente di video podcast, fruibili anche in formato visivo sulle stesse piattaforme che li producono, ma disponibili pure come semplice audio sui principali servizi di ascolto.
Gli esempi recenti non mancano. Disney+ e Hulu hanno lanciato titoli collegati a serie come Only Murders in the Building, Paradise, Tell Me Lies (uno dei più seguiti negli Stati Uniti) e, da ultimo, alla seconda stagione di Daredevil: Rinascita, con una lunga intervista doppia ai protagonisti Charlie Cox e Vincent D’Onofrio. HBO, che aveva aperto la strada già nel 2019 partendo da Chernobyl, oggi copre serie come The Pitt, Peacemaker col regista James Gunn e A Knight of the Seven Kingdoms, con ospite nientemeno che George R.R. Martin. Anche Netflix, lo scorso gennaio, ha accompagnato la quarta stagione di Bridgerton con un podcast dedicato.
I formati variano parecchio: si va dai 15 ai 50 minuti circa, con interviste a registi, produttori e interpreti, discussioni sugli sviluppi della trama, easter egg, possibili indizi sugli episodi futuri, e collegamenti tra i temi delle puntate e l’attualità. In sostanza, sono strumenti di marketing molto mirati e dalle potenzialità enormi. Invece di organizzare press tour impegnativi o conferenze stampa tradizionali, attività spesso costose e dispersive, i network riescono a controllare meglio sia il budget sia la narrazione, concentrandosi sui temi che ritengono centrali per ogni singolo progetto.
Continuation media: tenere agganciati gli spettatori tra un episodio e l’altro
Questi podcast legati alle serie tv vengono definiti continuation media, ovvero mezzi di comunicazione che proseguono la narrazione seriale oltre la visione vera e propria. Per i fan significa poter restare immersi negli universi dei titoli preferiti attraverso approfondimenti e ulteriore world building. Per le piattaforme di streaming, il vantaggio è strategico: il modello di business sta cambiando rapidamente, con la tendenza ad abbandonare la pubblicazione in blocco di tutti gli episodi a favore di uscite dilazionate, a volte uno a settimana. I podcast e i contenuti paralleli colmano il vuoto tra una release e l’altra, alimentando attesa e partecipazione.
I cosiddetti companion podcast si inseriscono in un trend più ampio dove i confini tra i vari media diventano sempre più sfumati. Il pubblico, soprattutto quello più giovane, passa con naturalezza dalla tv ai prodotti audio, passando per i social. E sono proprio TikTok e Instagram a fare da cassa di risonanza privilegiata, con clip video ritagliate e ricondivise che hanno ottime possibilità di diventare virali. Secondo la ricerca The Podcast Landscape Study, a settembre 2025 il 53% dei consumatori statunitensi si dice incline ad ascoltare podcast su serie tv e film, con la Gen Z (tra i 18 e i 34 anni) che rappresenta il 43% del pubblico di questi prodotti.
E in Italia? Qualcosa si muove anche qui
Sul fronte italiano il fenomeno dei podcast legati alle serie tv è ancora in fase embrionale, ma non del tutto assente. Sky, per esempio, tre anni fa aveva tentato la strada dell’approfondimento cross canale con il programma Show Off, e più di recente ha lanciato il format Sfide da 90 sui telefilm retrò e il vodcast su Gomorra: Le Origini. Oggi, più in generale, i talent delle varie serie vengono spesso indirizzati verso podcast generalisti già esistenti come il Basement di Gazzoli, Supernova di Cattelan o Pulp, a conferma che presidiare questo terreno è considerato importante anche dai player italiani.
