Gli Epstein files stanno producendo onde d’urto ben oltre il perimetro della cronaca giudiziaria e dello scandalo politico. Settimana dopo settimana, quei documenti si portano dietro conseguenze che toccano anche le lotte ambientali e il modo in cui vengono finanziate e comunicate. Due effetti, in particolare, meritano attenzione. Il primo è diretto: coinvolge un premio ambientale prestigioso, la Casa Reale britannica e un miliardario emiratino. Il secondo è più sottile, e riguarda la fragilità della strategia che da anni affida la causa del clima a testimonial famosi e grandi sponsor.
Partiamo dal fatto più concreto. L’Earthshot Prize è uno dei riconoscimenti ambientali più visibili al mondo, ha sede al Kensington Palace ed è fondato e presieduto dal principe del Galles, William. Non un reale qualsiasi, ma l’erede di Re Carlo III, uno degli ambientalisti più noti degli ultimi decenni. Tra i finanziatori del premio figura però DP World, colosso emiratino della logistica portuale guidato dal miliardario Sultan Ahmed bin Sulayem. Il suo nome è emerso negli Epstein files per una serie di email scambiate anni fa con Jeffrey Epstein. E non email qualunque: lo scambio più discusso dell’intero archivio, quello che menziona l’apprezzamento per un presunto “video di tortura”, sarebbe riconducibile proprio a una conversazione tra Epstein e bin Sulayem. Dopo la diffusione della notizia, l’uomo d’affari si è dimesso dalla sua carica ufficiale, pur restando una delle figure apicali di DP World.
Il nodo del greenwashing e dei finanziamenti opachi
Va detto subito: al momento non esistono prove che colleghino il principe William o la Casa Reale alle comunicazioni tra bin Sulayem ed Epstein. Nei documenti non c’è nulla che suggerisca una consapevolezza da parte di William. Eppure la corona britannica si ritrova comunque in una posizione scomoda. L’Earthshot Prize ha ricevuto fondi da uno dei nomi che compaiono negli Epstein files, e poi ci sono le connessioni ormai arcinote dell’ex principe Andrea con Epstein stesso.
Il gruppo antimonarchico Republic ha chiesto alla Charity Commission, l’autorità britannica che vigila sulle organizzazioni benefiche, di verificare se il premio abbia svolto un’adeguata due diligence sui propri finanziatori. La domanda che rimbalza nel dibattito pubblico è anche più pratica: cosa ottengono aziende come DP World dal finanziamento di iniziative ambientaliste? DP World opera nel trasporto marittimo internazionale, un settore responsabile da solo del 3% delle emissioni globali di gas serra. Da qui nasce il sospetto di greenwashing, e cioè l’idea che sostenere progetti come la coltivazione di coralli in laboratorio serva più a tamponare un problema d’immagine che a risolverlo davvero.
Testimonial famosi e strategie fragili
C’è poi un tema più ampio che gli Epstein files portano sotto i riflettori. Molte delle grandi iniziative climatiche degli ultimi anni si sono costruite attorno a una combinazione di donazioni, grandi aziende e volti celebri: attori, influencer, imprenditori miliardari. L’Earthshot Prize è uno degli esempi più evidenti di questo approccio. Attira attenzione mediatica, mobilita risorse finanziarie importanti e rende il tema del clima visibile a un pubblico molto più largo rispetto a quello dei soli tecnici o degli attivisti storici.
Il rovescio della medaglia, però, è enorme. Basta uno scandalo perché un intero sistema basato su sponsor e figure simboliche perda di colpo una grande fetta di credibilità e di fiducia da parte del pubblico. Gli Epstein files raccontano proprio di queste commistioni tra interessi diversi, amorali e però strettamente intrecciati, che rischiano di trascinare nel fango anche cause che con quegli interessi non avrebbero nulla a che fare.
