La storia di un imprenditore tech australiano che avrebbe usato ChatGPT per salvare il proprio cane dal cancro ha fatto il giro del mondo in pochissimo tempo. E non è difficile capire perché: è esattamente il tipo di racconto che le grandi aziende tecnologiche sognano, quella dimostrazione concreta che l’intelligenza artificiale può davvero rivoluzionare la medicina e affrontare malattie devastanti come il cancro. Ma la realtà, come spesso accade, è parecchio più sfumata di quanto sembri a prima vista.
La versione dei fatti che ha circolato online, riportata inizialmente dal quotidiano The Australian, è piuttosto lineare. Nel 2024, Paul Conyngham, imprenditore tech di Sydney senza alcuna formazione in biologia o medicina, ha scoperto che la sua cagna Rosie aveva un tumore. La chemioterapia aveva rallentato la malattia ma non era riuscita a ridurre le masse tumorali. I veterinari, a un certo punto, gli avrebbero detto che non c’era più nulla da fare.
Quando la tecnologia incontra la disperazione
Ed è qui che entra in scena ChatGPT. Conyngham, evidentemente spinto dalla disperazione che chiunque proverebbe davanti alla sofferenza di un animale amato, si è rivolto al chatbot di OpenAI per cercare possibili terapie alternative. La storia racconta che grazie alle informazioni ottenute dall’intelligenza artificiale, Rosie, una Staffordshire, avrebbe trovato un percorso terapeutico che i medici veterinari non avevano considerato. Un racconto potente, emotivo, perfetto per diventare virale.
Il problema è che questo genere di narrazioni tende a semplificare enormemente processi complessi. ChatGPT non è un medico. Non è un veterinario. Non ha accesso alla cartella clinica di nessun paziente, umano o animale che sia. Quello che fa, e lo fa anche bene in certi contesti, è aggregare informazioni già disponibili e presentarle in modo leggibile. Ma tra il suggerire una possibile strada terapeutica e il “salvare” qualcuno dal cancro c’è una distanza enorme, fatta di diagnosi precise, esami, competenze specialistiche e decisioni cliniche che nessun chatbot può sostituire.
Il rischio di una narrazione troppo semplice
Storie come questa offrono a Big Tech esattamente ciò che serve per alimentare l’hype attorno all’intelligenza artificiale applicata alla salute. E non è che manchino applicazioni promettenti: l’IA sta effettivamente facendo progressi nella diagnostica per immagini, nell’analisi genomica e nella ricerca farmacologica. Ma una cosa è la ricerca strutturata, un’altra è un imprenditore che interroga ChatGPT sul cancro del proprio cane e poi racconta di averlo salvato.
Il rischio concreto è che racconti del genere spingano le persone a fidarsi ciecamente di uno strumento che, per quanto sofisticato, può anche fornire informazioni imprecise, incomplete o del tutto fuorvianti. OpenAI stessa inserisce avvertenze sull’uso del chatbot per questioni mediche. Eppure la storia di Paul Conyngham e della sua Rosie ha viaggiato rapidamente, raccogliendo quel tipo di validazione emotiva che nessun disclaimer riesce a contrastare.
