La tragedia del passo Dyatlov resta uno dei misteri più discussi della storia moderna, e dopo decenni di teorie, ipotesi e indagini riaperteuna nuova ricostruzione punta il dito verso un test missilistico fallito come possibile causa scatenante di quanto accadde nel febbraio 1959. Nove giovani escursionisti sovietici, tutti studenti o ex studenti dell’Istituto Politecnico degli Urali, partirono per un trekking ambizioso sulle montagne degli Urali. Li guidava Igor Dyatlov, poco più che ventenne, con un piano preciso: 16 giorni di cammino attraverso oltre 300 chilometri di territorio gelido, isolato, battuto dal vento. Nessuno di loro fece ritorno.
Quando le squadre di ricerca raggiunsero il campo settimane dopo, trovarono una scena che ancora oggi risulta difficile da spiegare in modo lineare. La tenda era stata tagliata dall’interno, come se il gruppo fosse fuggito in preda al panico nel cuore della notte. Alcuni corpi vennero recuperati a distanza considerevole dal campo, con addosso pochi vestiti nonostante temperature ben sotto lo zero. Altri presentavano lesioni gravissime, tra cui fratture craniche e toraciche, senza però segni evidenti di aggressione esterna. Le indagini ufficiali sovietiche si chiusero con una formula vaga e ormai celebre: una “forza naturale irresistibile” avrebbe causato le morti.
La nuova ipotesi: un missile fuori controllo sugli Urali
Per decenni, le spiegazioni si sono moltiplicate. Valanghe, attacchi di animali, ipotermia combinata con il panico, fenomeni atmosferici rari, persino incontri con popolazioni locali ostili. Nessuna di queste teorie è mai riuscita a chiudere il cerchio in modo convincente. Ora, però, una nuova ricostruzione propone uno scenario diverso: un test missilistico sovietico andato storto potrebbe aver provocato un evento esplosivo o un’onda di pressione nella zona dove il gruppo si trovava accampato.
Questa ipotesi si basa su diversi elementi circostanziali. L’Unione Sovietica, alla fine degli anni Cinquanta, era nel pieno della corsa allo spazio e allo sviluppo di missili balistici intercontinentali. I cosmodromi e le basi di lancio non erano lontanissimi dalla regione degli Urali. Alcuni testimoni dell’epoca, tra cui altri escursionisti e abitanti di villaggi vicini, riferirono di aver visto sfere luminose nel cielo proprio nei giorni intorno alla tragedia del passo Dyatlov. Dettaglio che per anni venne liquidato come folklore, ma che oggi viene riletto sotto una luce diversa.
Perché la tragedia del passo Dyatlov resta un caso aperto
Il punto centrale di questa teoria è che un missile fuori controllo, esplodendo in quota o impattando nelle vicinanze, avrebbe potuto generare un’onda d’urto capace di spiegare sia il panico improvviso sia le lesioni traumatiche riscontrate su alcuni corpi, compatibili con una forte pressione meccanica piuttosto che con un impatto fisico diretto. E spiegherebbe anche perché le autorità sovietiche scelsero di archiviare il caso così rapidamente, senza approfondire.
Va detto che nemmeno questa ipotesi ha trovato conferme definitive. I documenti militari sovietici dell’epoca restano in larga parte classificati o incompleti, e ricostruire con certezza cosa accadde quella notte sugli Urali, a distanza di oltre sessant’anni, è un’impresa che continua a sfuggire a qualunque investigatore. La Russia ha riaperto ufficialmente le indagini nel 2019, concludendo che una combinazione di valanga e scarsa visibilità avrebbe causato la morte del gruppo. Molti ricercatori indipendenti, però, considerano questa spiegazione insufficiente e continuano a lavorare su piste alternative, compresa quella del test missilistico fallito.

