La teoria dei colori formulata dal fisico Erwin Schrödinger più di un secolo fa è stata per decenni un riferimento imprescindibile per chi studia la percezione visiva. Eppure, nonostante la sua eleganza matematica, quella teoria presentava dei buchi. Delle zone d’ombra che nessuno era riuscito davvero a risolvere. Fino a oggi, perché un gruppo di ricercatori del Los Alamos National Laboratory, negli Stati Uniti, sostiene di aver finalmente completato il lavoro che Schrödinger aveva lasciato incompiuto.
Il punto centrale è affascinante e riguarda una domanda che sembra semplice ma non lo è per niente: come facciamo a percepire i colori? E soprattutto, quella percezione dipende dalla cultura in cui siamo cresciuti o da qualcosa di più profondo, qualcosa di biologicamente radicato nel nostro sistema visivo?
Cosa non funzionava nella teoria originale
Schrödinger aveva costruito un modello geometrico dello spazio dei colori, cioè una rappresentazione matematica in cui ogni colore occupa una posizione precisa in base a tre proprietà fondamentali: tonalità, luminosità e saturazione. Il problema è che quel modello, pur essendo brillante, non riusciva a descrivere in modo coerente tutte le relazioni tra i colori percepiti. C’erano delle incongruenze, delle previsioni che non combaciavano con i dati sperimentali.
Per oltre cento anni, la comunità scientifica ha cercato di aggiustare queste discrepanze. Qualcuno ha provato a modificare la geometria sottostante, altri hanno proposto approcci completamente diversi. Ma nessuno era riuscito a farlo restando fedele all’impianto originale di Schrödinger e, al tempo stesso, risolvendo le lacune che lo affliggevano.
Il team del Los Alamos ha preso una strada diversa. Invece di abbandonare il framework del fisico austriaco, lo ha esteso, aggiornandolo con strumenti matematici più moderni. E il risultato è notevole: il nuovo modello riesce a prevedere con maggiore accuratezza come le persone percepiscono le differenze tra i colori.
La percezione dei colori non dipende dalla cultura
Uno degli aspetti più significativi emersi dallo studio è che la percezione dei colori sembra dipendere da proprietà intrinseche del sistema visivo umano, non da fattori culturali o linguistici. È un tema su cui si discute da tempo: alcune ricerche suggerivano che la lingua parlata potesse influenzare il modo in cui distinguiamo le tonalità. Questo nuovo lavoro, però, sposta decisamente l’ago della bilancia verso una spiegazione più universale e biologica.
In pratica, il modo in cui vediamo il rosso, il blu o il verde sarebbe determinato dalla struttura stessa dei nostri occhi e del nostro cervello, non dal fatto di essere cresciuti in una cultura piuttosto che in un’altra. Un dato che ha implicazioni enormi, non solo per la fisica e la neuroscienza, ma anche per settori come il design, la tecnologia dei display e la riproduzione digitale dei colori.
