Parlare del campo magnetico della Luna significa entrare in uno di quei territori della scienza che ogni tanto riservano sorprese enormi. E questa è una di quelle. Alcuni campioni di roccia riportati a terra dalle missioni Apollo hanno mostrato qualcosa di davvero inatteso: un’intensità magnetica pari, e in certi casi persino superiore, a quella registrata qui sulla Terra. Sembra un controsenso, considerando che il nostro satellite naturale è decisamente più piccolo del pianeta su cui viviamo, eppure i dati parlano chiaro.
Il punto è che nessuno se lo aspettava davvero. La Luna oggi non possiede un campo magnetico globale attivo. Non c’è un nucleo fuso che genera una dinamo interna come accade sulla Terra. Eppure quelle rocce lunari, raccolte durante le storiche missioni tra il 1969 e il 1972, conservano una magnetizzazione residua che racconta una storia completamente diversa. In pratica, miliardi di anni fa, la Luna doveva avere un campo magnetico proprio, e pure piuttosto intenso.
Come è possibile che un corpo così piccolo generi tanta intensità magnetica
Questa è la domanda che tiene impegnati geofisici e planetologi da decenni. Il campo magnetico terrestre viene generato dal movimento del ferro liquido nel nucleo esterno del pianeta, un meccanismo noto come geodinamo. La Luna, con un nucleo molto più piccolo, non dovrebbe essere stata in grado di produrre un campo altrettanto potente. E invece i campioni delle missioni Apollo dimostrano esattamente il contrario.
Le analisi condotte su queste rocce suggeriscono che il campo magnetico lunare potrebbe aver raggiunto intensità sorprendenti, nell’ordine di decine di microtesla, valori paragonabili a quelli del campo magnetico terrestre attuale. Alcuni ricercatori ipotizzano che il meccanismo alla base fosse diverso da quello terrestre, magari legato a fenomeni di precessione del nucleo o a impatti violenti che avrebbero temporaneamente amplificato l’attività interna della Luna.
Un mistero ancora aperto che potrebbe cambiare la comprensione dei corpi planetari
La questione resta tutt’altro che risolta. Gli scienziati planetari stanno ancora cercando di capire come un corpo celeste con un raggio di circa 1.700 chilometri possa aver generato un campo magnetico così robusto e, soprattutto, per quanto tempo sia riuscito a mantenerlo attivo. Alcune stime parlano di un periodo compreso tra 4,25 e 3,56 miliardi di anni fa, ma ci sono evidenze che suggeriscono una persistenza anche più lunga, seppure con intensità progressivamente ridotta.
Quello che rende tutto ancora più affascinante è che i campioni lunari delle missioni Apollo continuano a fornire informazioni nuove anche a distanza di oltre cinquant’anni dalla loro raccolta. Le tecniche di analisi si sono evolute enormemente, e ogni volta che vengono riesaminate queste rocce saltano fuori dettagli che prima non era possibile cogliere.
La magnetizzazione impressa in quelle antiche rocce lunari funziona un po’ come un archivio naturale: conserva la memoria di condizioni che non esistono più da miliardi di anni. E quel che emerge da questo archivio è che la Luna, almeno nella sua giovinezza, era un corpo molto più dinamico e attivo di quanto il suo aspetto attuale, freddo e geologicamente spento, potrebbe far pensare.
