La convinzione che l’Apocalisse sia dietro l’angolo non è roba da film catastrofici o da predicatori televisivi. Secondo uno studio recente, quasi una persona su tre tra Stati Uniti e Canada è convinta che la fine del mondo arriverà prima della propria morte. E non si tratta di un dato da prendere alla leggera, perché questa credenza pare influenzare in modo concreto il modo in cui milioni di persone si rapportano alle grandi emergenze globali.
Nel corso dei secoli, generazioni su generazioni hanno pensato di trovarsi alla vigilia degli ultimi giorni. Eppure eccoci qui. La civiltà è andata avanti, sempre. Verrebbe quindi naturale liquidare chi crede nell’Apocalisse come un gruppo di visionari. Il problema è che quando una convinzione è condivisa dal 28,9% della popolazione nordamericana, ignorarla non è più un’opzione ragionevole. Diventa un fenomeno culturale che merita attenzione.
Cosa dice lo studio pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology
Il ricercatore Matthew I. Billet, autore principale dello studio pubblicato sulla rivista Journal of Personality and Social Psychology, ha spiegato che la fede nella fine del mondo è molto più radicata di quanto chiunque potrebbe immaginare. Per approfondire la questione, il team di ricerca ha intervistato 3.400 persone, sottoponendole a domande mirate su tre aspetti fondamentali: la percezione del rischio, la tolleranza verso il pericolo e la valutazione delle azioni utili a prevenire disastri naturali o conflitti armati. Ai partecipanti sono state chieste anche informazioni su orientamento politico, livello di religiosità e altri dati demografici.
I risultati raccontano qualcosa di piuttosto interessante. La convinzione che l’Apocalisse sia imminente tende a diminuire con l’età: i giovani ci credono di più rispetto agli adulti. Ma ci sono eccezioni notevoli. Tra i protestanti evangelici, ad esempio, questa credenza resta stabile nel tempo, indipendentemente dall’età. Tra i musulmani, invece, sembra addirittura rafforzarsi leggermente con il passare degli anni. Questo ha portato i ricercatori a ipotizzare che le credenze religiose possano giocare un ruolo decisivo nella percezione del rischio apocalittico, molto più di fattori come il reddito o la posizione politica.
Chi incolpa l’umanità reagisce in modo diverso da chi aspetta un intervento divino
Un elemento particolarmente significativo emerso dallo studio riguarda chi viene ritenuto responsabile della fine del mondo. Le persone convinte che la colpa sia degli esseri umani tendono a sostenere azioni drastiche per scongiurare la catastrofe. Chi invece attribuisce l’Apocalisse a forze divine o soprannaturali si mostra molto meno favorevole a interventi radicali. È una distinzione che pesa parecchio, perché cambia completamente l’approccio di intere comunità nei confronti di temi come il cambiamento climatico o la prevenzione dei conflitti.