La crisi del settore auto non è più un’ombra all’orizzonte, è qualcosa che sta già mordendo i bilanci dei colossi europei e americani. E le notizie che arrivano, settimana dopo settimana, raccontano uno scenario tutt’altro che rassicurante. Volkswagen che annuncia 35mila tagli al personale, Lamborghini che mette nel cassetto il progetto della Lanzador, Tesla che rallenta la produzione di alcuni modelli. Roba grossa, insomma. E tutto sembra convergere verso le stesse cause: una concorrenza cinese sempre più aggressiva e un quadro normativo europeo che fatica a dare certezze.
Volkswagen e i 35mila tagli: il simbolo della crisi del settore auto
Partiamo dal caso più eclatante. Volkswagen, che per decenni ha rappresentato la spina dorsale dell’industria automobilistica europea, si trova costretta a pianificare un ridimensionamento enorme. Trentacinquemila posti di lavoro in meno non sono un aggiustamento, sono un terremoto. Il gruppo tedesco sta cercando di contenere i costi per fronteggiare un mercato che cambia a una velocità brutale, con i produttori cinesi capaci di sfornare veicoli elettrici a prezzi che le case europee, semplicemente, non riescono a pareggiare.
E non parliamo di auto scadenti. Marchi come BYD e NIO stanno proponendo modelli con tecnologia avanzata, autonomia competitiva e finiture più che dignitose, il tutto a costi di produzione nettamente inferiori. Questo sta erodendo quote di mercato a ritmi preoccupanti, soprattutto nei segmenti medio e medio/basso, dove il prezzo fa la differenza.
Poi c’è il capitolo Lamborghini. La Lanzador, quel concept elettrico che aveva fatto sognare gli appassionati, è stata accantonata. Un segnale forte, perché se anche i marchi del lusso iniziano a ripensare le strategie, vuol dire che la crisi del settore auto non risparmia proprio nessuno.
Tesla frena e l’Europa non sa che pesci prendere
Dall’altra parte dell’oceano, anche Tesla sta vivendo un momento complicato. La produzione è stata parzialmente rallentata, con alcuni stabilimenti che hanno ridotto i turni. Il motivo? Un mix di domanda in calo su certi mercati e la necessità di riorganizzare le linee produttive in vista di nuovi modelli. Nemmeno Elon Musk, insomma, può dirsi al riparo dalla tempesta.
Ma il punto centrale, quello su cui praticamente tutti gli analisti concordano, riguarda il ruolo dell’Unione Europea. Le politiche comunitarie sulle emissioni e sulla transizione elettrica continuano a oscillare tra rigidità e ripensamenti, lasciando i costruttori in una sorta di limbo strategico. Investire massicciamente nell’elettrico? Sì, ma con quali incentivi? Con quali scadenze reali? Le regole cambiano, si ammorbidiscono, poi tornano stringenti. E nel frattempo la Cina avanza con una strategia industriale chiarissima, supportata da sussidi statali massicci e da una catena di fornitura delle batterie che controlla quasi per intero.
