La partita sui data center in Lombardia si sta giocando su un terreno scivoloso, dove le esigenze della crescita tecnologica si scontrano con la protezione dell’ambiente. Un articolo pubblicato da Il Foglio ha riacceso i riflettori su un dibattito che coinvolge istituzioni, associazioni ambientaliste e imprese, con la regione che si ritrova al centro di una questione nazionale: come gestire l’espansione delle infrastrutture digitali senza sacrificare il territorio?
I numeri parlano chiaro. La Lombardia concentrerebbe circa il 60% delle richieste di nuove strutture a livello nazionale, un dato che rende la questione impossibile da ignorare. Queste strutture sono considerate essenziali per sostenere lo sviluppo tecnologico del Paese, eppure il percorso verso la loro approvazione è tutt’altro che semplice. Le resistenze arrivano da più fronti, sia politici che ambientalisti, e il quadro normativo appare ancora troppo frammentato per gestire una pressione di questa portata.
Le criticità ambientali e le voci del territorio
Il Movimento 5 Stelle ha usato parole piuttosto dure, parlando di un settore rimasto “nell’anarchia totale” e chiedendo una legge regionale capace di ridefinire con chiarezza le regole per la tutela del territorio. La Commissione competente ha ascoltato diverse organizzazioni, tra cui Legambiente Lombardia, Wwf, Italia Nostra, Federparchi e il Parco Agricolo Sud Milano. Il messaggio emerso da queste audizioni è abbastanza univoco: servono limiti concreti per evitare che i data center vengano costruiti su aree vergini approfittando di oneri urbanistici ridotti.
Tra le preoccupazioni più ricorrenti spicca il consumo di suolo e acqua, insieme all’impatto paesaggistico. A Bollate, dove è prevista la realizzazione di un nuovo impianto, la questione ha preso una piega molto concreta con la nascita del “Comitato No Data Center”, che ha presentato ricorso al Tar contro la variante urbanistica locale. Damiano di Simine di Legambiente ha riconosciuto che l’area è tecnicamente urbanizzabile, ma ha suggerito di proteggerla come zona di compensazione ecologica. Una posizione che mostra bene la complessità della situazione: non sempre ciò che è legalmente possibile coincide con ciò che sarebbe auspicabile dal punto di vista ambientale.
Il nodo politico e le prospettive economiche
Sul fronte politico, il consigliere regionale del Partito Democratico Simone Negri ha sollevato una questione rilevante: la concentrazione delle richieste nella zona sud di Milano. La sua proposta punta a introdurre una normativa che imponga oneri più elevati per gli insediamenti all’interno del Parco Agricolo Sud, un’area che rappresenta un polmone verde fondamentale per l’intera area metropolitana. Senza regole più stringenti, il rischio è che la pressione immobiliare legata ai data center finisca per erodere progressivamente uno dei pochi spazi agricoli rimasti alle porte della città.
Dall’altra parte della barricata, Giovanni Mavelia, Segretario Regionale di Confcommercio, ha messo l’accento sulla necessità di non frenare lo sviluppo digitale di Milano e della Lombardia. Il suo ragionamento guarda soprattutto alle piccole e medie imprese, che hanno bisogno di infrastrutture moderne per restare competitive. Tuttavia, anche dalla sua posizione emerge la consapevolezza che la sostenibilità non può essere messa da parte.
