Nel buio dello spazio piovono frammenti minuto dopo minuto, quelli che si incendiano nell’atmosfera e diventano semplici scie luminose. Poi ci sono oggetti molto più grandi, candidati a cambiare radicalmente la storia della vita sulla Terra. La buona notizia è che molti di questi giganti sono noti e osservati. Ma quali sono le minacce da temere davvero? A quanto pare non ce ne sono poche. Alcune di queste potrebbero addirittura portare all’estinzione.
I giganti osservati dalla Terra e il loro falso allarme
Non tutti gli oggetti spaziali sono uguali. Tra i vicini terrestri ne esistono alcuni con diametro superiore ai dieci chilometri, dimensioni che mettono in gioco scenari di catastrofe globale. Tra questi spicca Ganymed, un colosso di circa trenta cinque chilometri, poi nomi come Don Quixote, Eros ed Eric. Non è un film: sono corpi reali, studiati, con orbite tracciate e monitorate. Fortunatamente nessuno di questi attraversa l’orbita terrestre attualmente, quindi non rappresentano un pericolo immediato.
Ciò non toglie che, su scala di centinaia di milioni o miliardi di anni, le interazioni gravitazionali con i pianeti possano alterare traiettorie e spostare qualche oggetto su rotte inattese. Nel gioco delle probabilità, il pezzo più osservato resta un altro: Toutatis, con un diametro di circa 2,5 chilometri. È il più pericoloso conosciuto tra quelli catalogati, anche se continua a passare a distanza di sicurezza. La lettura corretta è semplice e rassicurante allo stesso tempo: si conoscono i giganti e si sa dove sono.
Il vero problema non sono i pianeti distrutti ma le città rase al suolo
Paradossalmente ciò che spaventa di più gli esperti non sono i distruttori di pianeti, bensì i cosiddetti city killer. Si tratta di asteroidi di circa centotrenta metri in diametro, capaci di devastare aree enormi e causare migliaia o milioni di vittime a seconda del luogo dell’impatto. Di questi obiettivi potenzialmente letali ne sono stati individuati meno della metà. Sul versante pratico, la comunità scientifica afferma di conoscere circa il novantacinque percento degli asteroidi più grandi di un chilometro e di aver catalogato oltre quaranta mila oggetti vicini alla Terra. Per gli obiettivi più piccoli la copertura è decisamente incompleta. La buona notizia è che la tecnologia di difesa non è soltanto fantascienza: la missione DART della NASA ha dimostrato che deviare un asteroide è possibile con azioni mirate.
Quel test ha mostrato la fattibilità tecnica, ma ha anche ricordato un punto essenziale della strategia. Senza missioni pronte al decollo l’unica arma rimane l’anticipo. Lo scenario ottimale è combinare catalogazione capillare, strumenti di monitoraggio più sensibili e piani operativi già progettati per intervenire con cortissimo preavviso. Tutto questo rientra nella più ampia nozione di difesa planetaria, un campo che è meno spettacolare dei titoli catastrofici e molto più concreto nella sua efficacia.
