Che le microplastiche fossero ovunque lo sapevamo già da un po’, ma i numeri che emergono dalle ultime ricerche fanno comunque un certo effetto. Parliamo di particelle invisibili a occhio nudo, frammenti microscopici derivati dalla degradazione dei polimeri plastici, che si infiltrano negli ecosistemi e, come ormai dimostrato, anche nel corpo umano. Il punto è che la fonte principale di questa contaminazione potrebbe trovarsi proprio lì, sul tavolo della cucina: dentro una comunissima bottiglia d’acqua.
Uno studio condotto dalla Ohio State University e pubblicato sulla rivista Science of the Total Environment ha messo nero su bianco un dato che lascia poco spazio alle interpretazioni. In un litro d’acqua contenuto in una bottiglia di plastica si trovano, in media, da tre a quattro volte più microplastiche rispetto a un litro d’acqua del rubinetto. Non il doppio. Tre o quattro volte tanto. E questo cambia parecchio la prospettiva di chi pensava che evitare l’acqua di rete fosse una scelta più sicura.
Come le microplastiche finiscono nel nostro organismo
Il problema non riguarda solo quello che beviamo. Le microplastiche vengono rilasciate nell’ambiente durante la produzione industriale dei polimeri e ogni volta che un oggetto in plastica viene abbandonato all’aperto e inizia a deteriorarsi. Ma è il contatto prolungato con i contenitori a rappresentare uno dei canali di esposizione più diretti. Le bottiglie in PET, il tipo di plastica più diffuso per il confezionamento delle bevande, rilasciano continuamente frammenti nel liquido che contengono, soprattutto se esposte al calore o conservate a lungo.
Sempre più studi stanno mappando la presenza di queste particelle nei tessuti umani. I ricercatori le hanno individuate praticamente ovunque: nel cervello, nel cuore, nei fluidi riproduttivi, nel sistema linfatico. L’esposizione è talmente pervasiva che, secondo le stime attuali, ogni persona porta in sé qualche grammo di PET. Non è un’esagerazione giornalistica, è quello che emerge dalla letteratura scientifica più recente.
Perché la questione delle microplastiche è diventata un’emergenza
C’è stato un tempo in cui il consiglio più diffuso era semplicemente evitare di consumare alimenti o bevande conservati in contenitori di plastica. Sembrava una precauzione sufficiente. Oggi sappiamo che la realtà è molto più complessa. Le microplastiche non si limitano a contaminare ciò che mangiamo o beviamo: sono nell’aria, nel suolo, nell’acqua piovana. Sono, a tutti gli effetti, parte dell’ambiente in cui viviamo.
Il caso della Chelonia mydas, la tartaruga verde marina studiata sull’Ilha da Trindade, in Brasile, è emblematico. Le microplastiche stanno influenzando lo sviluppo e la salute degli ecosistemi marini in modi che solo pochi anni fa sarebbero sembrati impensabili. E se gli effetti sulla fauna sono già documentati, quelli sulla salute umana restano ancora in parte da chiarire, anche se le evidenze accumulate finora non sono affatto rassicuranti.
