Un fossile di oltre 7,2 milioni di anni potrebbe riscrivere quello che sappiamo sulle origini della nostra specie: il più antico antenato umano non arriva dall’Africa, ma dalla Bulgaria. E sì, la cosa è sorprendente quanto sembra.
La storia evolutiva del genere umano è piena di zone d’ombra. Più si va indietro nel tempo, più i reperti fossili diventano rari, e ricostruire i passaggi chiave della nostra evoluzione somiglia a un puzzle con troppi pezzi mancanti. Eppure, una scoperta pubblicata sulla rivista Palaeobiodiversity and Palaeoenvironments ha rimescolato le carte in modo clamoroso. Un team di ricercatori ha presentato un reperto rinvenuto nel sito archeologico di Azmaka, nelle campagne bulgare, che potrebbe rappresentare il più antico ominino mai identificato.
Dall’Africa all’Europa: una teoria che torna a farsi sentire
Siamo cresciuti con l’idea che l’Africa fosse la culla dell’umanità. Ogni documentario, ogni libro di scuola, ogni ricostruzione punta in quella direzione. Però questa scoperta rimette in gioco una vecchia ipotesi, quella che vede l’Europa come il luogo dove i nostri antenati mossero i primi passi. Non in senso metaforico, proprio in senso letterale.
Durante il Miocene, gran parte dell’Europa e dell’Asia era ricoperta da foreste e praterie abitate da numerose specie di primati. Per milioni di anni quei primati vissero lì, finché il cambiamento climatico non cominciò a restringere le foreste, abbassare le temperature e spingere molte specie verso sud e verso l’estremo Oriente. Uno scenario che, con i dati oggi disponibili, appare molto meno fantasioso di quanto si potesse pensare fino a pochi anni fa.
Il Graecopithecus e le sue caratteristiche straordinarie
I resti trovati in Bulgaria appartengono alla specie Graecopithecus, descritta per la prima volta nel 2017 grazie a un ritrovamento in Grecia. Quella prima scoperta aveva generato non pochi dibattiti nella comunità scientifica, con parecchi scettici pronti a ridimensionarne l’importanza. Il ritrovamento di un secondo esemplare nei Balcani rafforza però la tesi della presenza stabile di questa specie in Europa verso la fine del Miocene.
Il fossile bulgaro apparteneva a una giovane femmina dal peso stimato di circa 24 chilogrammi. Ma il dato più affascinante riguarda la struttura del femore: il collo è allungato in modo simile al nostro, un chiaro indizio che il Graecopithecus fosse in grado di camminare su due gambe. Questo significa che il bipedismo potrebbe essere comparso molto prima degli Australopiteci, ribaltando una delle convinzioni più radicate della paleoantropologia.
«Con i suoi 7,2 milioni di anni, questo nostro antenato potrebbe essere l’ominino più antico conosciuto», ha dichiarato il professor David Begun dell’Università di Toronto.
Nessuno sta dicendo che bisogna buttare via decenni di ricerca sull’origine africana dell’uomo. Però il quadro si fa più complesso, più sfumato. L’idea che i nostri antenati umani possano aver percorso sentieri evolutivi anche in Europa obbliga a ripensare modelli dati quasi per certi. E quando un fossile trovato nelle campagne bulgare costringe a rivedere le mappe dell’evoluzione, vuol dire che la scienza sta facendo esattamente quello che dovrebbe fare: mettersi in discussione ogni volta che i dati lo richiedono.
