Può sembrare una trovata da film di fantascienza, eppure bere acqua di 12.000 anni fa potrebbe davvero avere un ruolo nella protezione contro il Parkinson. A dirlo è uno studio presentato al 78° Congresso Annuale dell’American Academy of Neurology, che ha messo in luce una correlazione piuttosto sorprendente tra l’età delle falde acquifere e il rischio di sviluppare questa malattia neurodegenerativa.
Il gruppo di ricerca, guidato da Brittany Krzyzanowski dell’Atria Research Institute di New York e composto da scienziati del Barrow Neurological Institute in Arizona, ha preso in esame oltre 12.000 pazienti affetti da Parkinson e 1,2 milioni di soggetti di controllo. Tutti i partecipanti vivevano entro un raggio di 4,8 chilometri da uno dei 1.279 siti di campionamento delle acque sotterranee presenti negli Stati Uniti. Questo ha permesso al team di stimare l’età dell’acqua che ciascun gruppo beveva, verificando anche la presenza di eventuali contaminanti tossici.
Falde glaciali contro falde recenti: i numeri parlano chiaro
La maggior parte delle falde acquifere statunitensi appartiene al sottotipo carbonatico. Ma in alcune zone, i residenti hanno la fortuna (a quanto pare letterale) di attingere a falde acquifere glaciali, formatesi oltre 12.000 anni fa con l’avanzare e il ritirarsi dei ghiacciai. Ed è qui che la faccenda si fa davvero interessante.
Dalle analisi è emerso che le falde più recenti, quelle alimentate dalle precipitazioni degli ultimi 70 o 75 anni, risultano associate a un rischio di Parkinson superiore dell’11% rispetto alle acque glaciali risalenti all’era glaciale. La spiegazione proposta dai ricercatori ha una sua logica quasi disarmante: le falde più giovani sono state esposte a un numero maggiore di inquinanti. Quelle più antiche, essendo generalmente più profonde, godono di una sorta di scudo naturale contro i contaminanti superficiali.
«Le falde acquifere più vecchie contengono in genere meno contaminanti perché sono generalmente più profonde e meglio protette», ha spiegato Krzyzanowski. Un concetto semplice, che però apre scenari enormi sulla relazione tra qualità dell’acqua e salute neurologica.
I limiti dello studio e le prospettive future
Prima di correre a cercare una sorgente glaciale da cui abbeverarsi, vale la pena fare un passo indietro. Lo studio è di tipo correlazionale, il che significa che non dimostra un rapporto diretto di causa ed effetto tra il consumo di acqua recente e lo sviluppo del Parkinson. Si tratta di un’associazione statistica, per quanto robusta e meritevole di attenzione.
C’è anche un altro aspetto da considerare. I ricercatori hanno dato per scontato che tutti i soggetti residenti vicino a un sito di campionamento bevessero effettivamente quell’acqua, cosa che nella realtà potrebbe non corrispondere al vero. Qualcuno potrebbe usare acqua in bottiglia, qualcun altro potrebbe attingere a fonti diverse. Dettagli che, in uno studio su scala così ampia, possono sfuggire.
Nonostante questi limiti, i risultati offrono uno spunto che sarebbe miope ignorare. Come ha sottolineato la stessa Krzyzanowski, «unire le conoscenze sulle falde acquifere e sulla salute del cervello può aiutare le comunità a valutare e ridurre meglio i rischi ambientali». Serviranno naturalmente ulteriori ricerche per confermare o smentire questa correlazione, ma intanto il messaggio è chiaro: l’acqua che si beve ogni giorno, e soprattutto da dove proviene, potrebbe contare molto più di quanto si sia mai pensato per la salute neurologica a lungo termine. E forse, guardare indietro di 12.000 anni è il modo migliore per proteggere il futuro del nostro cervello.
