Quando si parla di Raspberry Pi Pico 2, il pensiero va subito a progetti compatti, consumi ridotti e tanta efficienza per il prezzo. Nessuno si aspetterebbe di parlare di overclock estremo o frequenze da capogiro. Eppure qualcosa di piuttosto sorprendente è emerso di recente: il chip RP2350 che batte al cuore di questa piccola scheda è stato spinto ben oltre 5 volte la sua frequenza nominale, toccando e superando quota 800 MHz. Un territorio che, per un microcontrollore pensato per lavorare a 150 MHz, suona quasi come fantascienza.
Il merito va a un esperimento documentato da Mike Bell sul blog di Pimoroni e rimbalzato anche su Hacker News, che ha attirato l’attenzione di appassionati e sviluppatori un po’ ovunque. Non si tratta di qualcosa da replicare sul tavolo di casa, sia chiaro. Ma i risultati raccontano molto su quanto margine nasconda questo piccolo chip.
Come si arriva a 5 volte la frequenza di fabbrica
Il Raspberry Pi RP2350 è un microcontrollore con due core Arm Cortex M33 e due core RISC-V Hazard3, tutti certificati per funzionare fino a 150 MHz. Già così rappresenta un passo avanti rispetto al precedente RP2040, ma resta un componente progettato per compiti reattivi e a basso consumo, non certo per battere record di velocità.
Il primo passo del team è stato disattivare il regolatore di tensione integrato nel chip. Questo ha permesso di alimentare direttamente il processore con tensioni più alte, condizione indispensabile per sostenere frequenze di clock molto superiori a quelle previste. Dopodiché, lentamente, la frequenza è stata portata sempre più in alto.
Su un primo esemplare di Raspberry Pi Pico 2, i core Arm hanno retto senza problemi evidenti fino a circa 800 MHz. Su un secondo campione, un po’ più “fortunato” nella cosiddetta lotteria del silicio, la soglia di stabilità si è spostata intorno a 840 MHz. Oltre quel punto i crash sono diventati sempre più frequenti e il sistema ha iniziato a mostrare segni chiari di instabilità.
Ghiaccio secco, core RISC-V e i limiti della fisica
Per gestire il calore generato dall’overclock, il team non si è fermato al classico dissipatore con ventola. Le soluzioni adottate sono state via via più estreme, fino all’utilizzo di ghiaccio secco, cioè anidride carbonica solida. Un approccio che richiede competenze specifiche e che ovviamente non ha nulla a che fare con l’uso domestico di una scheda da pochi euro.
Con questo tipo di raffreddamento, un’unità è riuscita a toccare brevemente una frequenza di 864 MHz sui core Arm, con una lettura effettiva di circa 860,7 MHz. Ma parliamo di pochi istanti, non di un funzionamento stabile.
La parte forse più interessante riguarda i core RISC-V del RP2350. In test separati, questi hanno raggiunto 873,5 MHz, restando operativi per quasi un minuto prima del crash. Portando la tensione a circa 2,95 V, i core RISC-V hanno lavorato in modo stabile tra 820 e 840 MHz, quindi con un leggero vantaggio rispetto ai core Arm nelle stesse condizioni.
Cosa ci dicono davvero questi numeri
Nessuno suggerisce di usare il Raspberry Pi Pico 2 a queste frequenze per progetti reali. Il chip non è progettato per quello e la stabilità a lungo termine semplicemente non regge. Quello che emerge, però, è un margine progettuale notevole: il silicio del RP2350 ha molto più potenziale di quanto le specifiche ufficiali lascino intendere.
