Le partecipazioni di Tencent nel mondo del gaming occidentale sono tornate prepotentemente al centro della scena politica americana. Stando a quanto rivelato dal Financial Times, l’amministrazione Trump starebbe ragionando sulla possibilità di costringere il colosso cinese a rivedere le proprie posizioni in alcune delle realtà più influenti dell’industria videoludica globale. Parliamo di nomi pesantissimi: Epic Games, Riot Games e Supercell. Tre aziende che, sommate, toccano oltre un miliardo di giocatori sparsi per il pianeta. Numeri che fanno girare la testa, e che hanno acceso più di qualche campanello d’allarme a Washington.
Per capire la portata della faccenda basta guardare le cifre. Tencent possiede il 28% di Epic Games, la società che ha creato Fortnite e che sviluppa l’Unreal Engine, uno dei motori grafici più utilizzati al mondo. Controlla poi al cento per cento Riot Games, lo studio dietro League of Legends. E detiene una quota di maggioranza in Supercell, nota soprattutto per Clash of Clans. Non proprio nomi marginali, ecco.
Perché la Casa Bianca guarda con sospetto a Tencent
Il cuore del problema è la sicurezza nazionale. Il CFIUS, l’organismo statunitense che analizza gli investimenti esteri considerati sensibili, tiene sotto osservazione Tencent già dal primo mandato di Trump. Quindi non si tratta di una novità dell’ultima ora, ma di un braccio di ferro che va avanti da anni.
La preoccupazione più grossa riguarda i dati personali dei giocatori. Le piattaforme gestite dalle aziende in cui Tencent ha investito raccolgono informazioni finanziarie, dettagli anagrafici, registri delle chat di centinaia di milioni di persone. Il timore, nemmeno troppo velato, è che queste informazioni possano in qualche modo finire nelle mani del governo cinese. E poi c’è un altro aspetto che pochi conoscono: l’Unreal Engine di Epic Games viene ampiamente utilizzato in ambito militare occidentale, per simulazioni e addestramento. La presenza massiccia di Tencent all’interno dell’azienda che sviluppa questa tecnologia, comprensibilmente, non è passata inosservata.
Uno stallo che viene da lontano
Durante l’amministrazione Biden si era provato a trovare una via d’uscita, ma le agenzie federali non riuscivano a mettersi d’accordo. C’era chi voleva obbligare Tencent a vendere tutto e chi invece preferiva un approccio più morbido, con restrizioni sulla gestione dei dati ma senza forzare la cessione delle quote. Il risultato? Un nulla di fatto che ha trascinato la questione fino ad oggi.
A rendere tutto ancora più complicato ci ha pensato il governo stesso. A gennaio dello scorso anno, Tencent è finita nella lista delle presunte aziende militari cinesi, una decisione che la società ha contestato definendola un errore. Qualche settimana fa il Dipartimento della Difesa ha pubblicato un elenco aggiornato che includeva anche Alibaba e BYD, salvo poi rimuovere quei nomi poche ore dopo. Probabilmente per non alzare troppo la tensione in vista dell’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping previsto per il prossimo mese.
Adesso la situazione resta sospesa. L’amministrazione Trump potrebbe decidere di costringere Tencent ad abbandonare le proprie partecipazioni, oppure puntare su un compromesso con condizioni più stringenti sulla protezione dei dati e sull’accesso all’Unreal Engine. Quello che emerge con chiarezza, al di là dell’esito finale, è che il gaming ha smesso da tempo di essere un semplice passatempo. È diventato un settore strategico, con implicazioni economiche e geopolitiche che toccano direttamente i rapporti tra le grandi potenze mondiali. E Tencent, che lo voglia o meno, si trova esattamente al centro di questa partita.
