Biciclette elettriche modificate che sfrecciavano a velocità proibite per le strade delle grandi città italiane. Dietro ogni corsa contro il tempo, uno zaino da consegna e la pressione spietata del cottimo. Le recenti inchieste della Procura di Milano hanno fatto luce su un fenomeno che molti avevano sotto gli occhi ma che restava sostanzialmente invisibile: il mondo parallelo delle fat bike truccate utilizzate dai rider del food delivery.
Quello che dovrebbe essere un mezzo di trasporto ecologico e regolamentato si trasforma in qualcosa di completamente diverso. Le e-bike con limite a 25 chilometri orari diventano bolidi urbani capaci di toccare i 45 chilometri orari, grazie a modifiche artigianali su batterie e centraline elettriche. Un business sommerso che prospera nell’ombra del sistema delle consegne a domicilio.
A Milano, acquistare una di queste biciclette modificate costa tra gli 800 e i 2.000 euro. Cifre pesantissime per chi lavora senza tutele e deve investire sul proprio strumento di lavoro. Ma le alternative scarseggiano, e la matematica del cottimo è spietata: più consegne significano più guadagni, e per aumentare le consegne bisogna correre.
Il mercato nascosto delle bici truccate
“Non si vendono nei normali negozi di biciclette”, spiega Angelo Avelli della rete Milano Deliverance, sindacato autonomo che dal 2018 tutela i diritti dei rider. “Si acquistano soprattutto online, spesso già modificate e a prezzi elevati. Possono raggiungere tranquillamente i 45 chilometri orari“.
Il problema nasce a monte: le piattaforme di food delivery dovrebbero fornire i mezzi di trasporto, ma nella realtà scaricano tutti i costi sui lavoratori. Risultato? Un sistema parallelo fatto di intermediari, tutorial su YouTube per modifiche fai-da-te e soluzioni improvvisate che moltiplicano i rischi.
I ciclofattorini, spesso stranieri, si affidano a canali informali per procurarsi sia la bicicletta sia l’account per lavorare sulle piattaforme. Altri si arrangiano con interventi casalinghi sulla meccanica, seguendo guide online di dubbia affidabilità. In caso di controlli, però, il conto è salato: sequestro del mezzo e multe fino a 10.000 euro.
E poi ci sono i furti continui. Per chi ha investito centinaia o migliaia di euro, perdere la bicicletta significa perdere il lavoro. Così nascono soluzioni creative: noleggi tra colleghi, custodia notturna a pagamento (circa 70 euro al mese per un posto sicuro), condivisione degli account. Un ecosistema precario che si autoalimenta.
Quando la fretta diventa pericolo pubblico
La pressione delle consegne rapide trasforma le strade in circuiti improvvisati. Le fat bike modificate imboccano sensi vietati, salgono sui marciapiedi, ignorano semafori e attraversamenti pedonali. Non è solo questione di infrazioni formali: è un problema di sicurezza pubblica che coinvolge tutti.
La maggior parte dei rider non riceve formazione sul codice della strada, non indossa protezioni adeguate e opera sotto la costante pressione temporale del sistema di pagamento a consegna. “Sono irregolarità legate al ricatto salariale che i rider subiscono da parte delle piattaforme”, continua Avelli, “e che poi si riversa sull’intera comunità”.
L’imperativo economico della produttività estrema travolge regole e prudenza. Consegnare di più, nel minor tempo possibile, diventa l’unico modo per alzare un reddito già fragile. Ma il prezzo lo pagano tutti: chi pedala, chi attraversa la strada, chi guida accanto a questi bolidi urbani camuffati da biciclette.Le inchieste della Procura di Milano rappresentano un punto di svolta per un settore che operava in una zona grigia. Per i sindacati di base, la magistratura italiana potrebbe svolgere un ruolo simile a quello dell’ispettorato del lavoro spagnolo, che ha contribuito a far emergere le irregolarità nella gig economy, comprese quelle sui veicoli utilizzati per le consegne.
