La tregua commerciale annunciata in autunno tra Washington e Pechino avrebbe dovuto raffreddare le tensioni sui dossier più delicati. Eppure, sul terreno delle materie prime, il clima resta tutt’altro che disteso. Le aziende statunitensi impegnate nella produzione di semiconduttori continuano a segnalare difficoltà nell’approvvigionamento di terre rare provenienti dalla Cina, un passaggio fondamentale per garantire continuità alla filiera tecnologica.
Tra gli elementi più sensibili c’è lo scandio, utilizzato nei chip 5G destinati a smartphone e infrastrutture di rete. Le società americane devono ottenere specifiche autorizzazioni da parte delle autorità cinesi per importarlo, anche quando l’acquisto avviene tramite intermediari. Pechino richiede infatti la dichiarazione dell’utilizzatore finale, una condizione che rallenta le procedure e rende l’accesso ai materiali meno prevedibile. Non si tratta di un’eccezione. Controlli analoghi riguardano anche altre terre rare impiegate nei chip logici di ultima generazione e nelle memorie ad alta densità.
Le restrizioni, introdotte gradualmente a partire dalla fine del 2024, si sono fatte più stringenti dopo l’inasprimento dei dazi americani nella primavera del 2025. Oggi non coinvolgono soltanto i minerali grezzi, ma anche macchinari e tecnologie necessarie alla loro lavorazione. Il risultato è una catena di fornitura più fragile, dove anche un semplice ritardo nelle autorizzazioni può tradursi in rallentamenti produttivi.
Terre rare, il vero campo di battaglia tra USA e Pechino
Le terre rare sono diventate il baricentro della competizione tecnologica globale. Senza questi elementi, la produzione di chip avanzati, indispensabili per intelligenza artificiale, telecomunicazioni e difesa, rischia di subire contraccolpi pesanti. La Cina controlla una quota predominante dell’estrazione e, soprattutto, della raffinazione mondiale. Questo vantaggio accumulato negli anni le consente di esercitare un’influenza decisiva sugli equilibri industriali.
Gli Stati Uniti stanno valutando contromisure. Tra le ipotesi c’è la creazione di una riserva strategica di minerali critici, sul modello di quella petrolifera istituita negli anni Settanta. In contemporanea, Washington promuove nuove alleanze industriali per diversificare la catena di fornitura e ridurre la dipendenza da un’unica fonte. Anche il Pentagono guarda con attenzione al tema, esplorando strumenti tecnologici per monitorare e stabilizzare i prezzi delle materie prime considerate essenziali.
Nonostante il rilascio di un primo lotto di licenze di esportazione, concesse però solo a determinati acquirenti, molte aziende restano in attesa. La tregua appare più come una sospensione tattica che una vera normalizzazione dei rapporti. Intanto, l’industria dei semiconduttori osserva con preoccupazione un confronto che si gioca su un terreno meno visibile dei dazi, ma potenzialmente più incisivo.
