Per Google la prossima generazione di smartphone rappresenta molto più di un semplice aggiornamento hardware. Dopo le difficoltà incontrate con il Tensor G5, primo chip prodotto da TSMC ma criticato per problemi di compatibilità legati ai driver grafici, l’attenzione si concentra ora sul Tensor G6 destinato ai Pixel 11 attesi in estate. Le aspettative sono alte, perché questa volta Google sembra voler intervenire sia sul fronte delle prestazioni sia su quello dell’efficienza energetica.
Le indiscrezioni parlano di una produzione a 2nm sempre affidata a TSMC, un passaggio che, almeno sulla carta, dovrebbe garantire una maggiore densità di transistor e quindi un miglior equilibrio tra potenza e consumi. Ridurre le dimensioni del processo produttivo significa anche contenere il calore e migliorare l’autonomia, due aspetti fondamentali per smartphone che puntano molto su intelligenza artificiale e funzioni avanzate di elaborazione on-device.
Il vero banco di prova sarà però la stabilità dell’ecosistema software. Le difficoltà riscontrate con il supporto GPU del G5 hanno mostrato quanto sia delicato il rapporto tra hardware personalizzato e ottimizzazione delle app. Con il Tensor G6, Google non può permettersi passi falsi. I Pixel 11 dovranno dimostrare che la scelta di sviluppare internamente i propri chip è ormai matura e competitiva rispetto alle soluzioni più consolidate del mercato.
Google rafforza la difesa con Titan M3
Accanto al nuovo SoC, Google starebbe preparando anche un ulteriore elemento strategico, il coprocessore Titan M3, evoluzione della linea dedicata alla sicurezza. Secondo le anticipazioni, il progetto sarebbe noto internamente con nomi in codice specifici e nascerebbe con l’obiettivo di innalzare ulteriormente il livello di protezione dei dispositivi Pixel.
Le versioni precedenti del chip Titan hanno già svolto un ruolo fondamentale nella protezione del bootloader, nella gestione delle chiavi crittografiche e nella difesa contro attacchi fisici sofisticati. Titan M2, in particolare, aveva introdotto contromisure contro tecniche avanzate come glitch di tensione e interferenze elettromagnetiche. Con Titan M3 è plausibile aspettarsi un ulteriore salto, magari con nuove barriere contro exploit hardware e vulnerabilità sempre più complesse.
L’obiettivo di Google sembra quindi quello di avvicinarsi ai livelli di integrazione e sicurezza offerti da soluzioni come il Secure Enclave di Apple, rendendo i Pixel non solo potenti ma anche tra i dispositivi più protetti in circolazione. Se il Tensor G6 garantirà il salto prestazionale promesso e Titan M3 consoliderà la difesa dei dati, la nuova generazione Pixel potrebbe segnare un momento decisivo per la strategia hardware di Google.
