La notizia è netta e — come spesso accade quando tecnologia e mercato si scontrano con le regole — un po’ rumorosa. La Commissione europea ha inviato a Meta Platforms una “Statement of Objections”, ovvero una comunicazione formale di addebiti preliminari: l’accusa è che l’azienda abbia escluso gli assistenti basati su AI di terze parti dalla piattaforma di messaggistica WhatsApp, lasciando spazio solo al proprio servizio, Meta AI. Questo, secondo Bruxelles, rischia di distorcere la concorrenza in un mercato in rapida espansione come quello degli assistenti digitali.
Cosa contesta la Commissione e perché è rilevante
La faccenda nasce da un aggiornamento dei termini della WhatsApp Business API annunciato il 15 ottobre dello scorso anno: la modifica, resa effettiva dal 15 gennaio, ha avuto l’effetto — secondo la Commissione — di impedire agli assistenti esterni di interagire con gli utenti su WhatsApp. Detto semplicemente: se non puoi usare WhatsApp per parlare con i tuoi clienti o per offrire un chatbot, diventa molto più difficile raggiungere milioni di utenti europei. E WhatsApp non è una piattaforma qualsiasi: è uno dei principali canali di comunicazione in Europa.
Bruxelles ipotizza che Meta possa trovarsi in una posizione dominante nel mercato delle app di comunicazione e che la chiusura a terze parti possa costituire un abuso di tale posizione. L’elemento centrale della contestazione è proprio questo: non è la tecnologia in sé, ma l’accesso alla distribuzione e alla relazione con l’utente finale. Se un attore che controlla un canale chiave lo riserva quasi esclusivamente al proprio servizio, la concorrenza perde terreno prima ancora di scendere in campo. La Commissione, prudente ma decisa, sta valutando anche possibili “interim measures” — misure cautelari temporanee — per prevenire danni che ritiene potenzialmente gravi e difficili da rimediare in un secondo momento.
La difesa di Meta e le conseguenze pratiche
Meta ha respinto le accuse. In una nota ripresa da Reuters, un portavoce ha detto che non ci sono motivi per un intervento dell’UE sulla WhatsApp Business API, sottolineando che esistono molte opzioni per usare l’AI — dagli app store ai siti web, passando per sistemi operativi e partnership — e che la Commissione sbaglia a considerare la WhatsApp Business API come un “canale di distribuzione chiave” per i chatbot. È una difesa lineare: Meta non nega di avere introdotto la modifica, ma contesta la narrativa secondo cui quella modifica equivalga a un blocco anticoncorrenziale.
Ora arriva la parte processuale: Meta avrà accesso agli atti e potrà presentare osservazioni formali. La Commissione, dal canto suo, deve decidere se andare avanti con una denuncia formale o chiudere il fascicolo. E prima ancora, se necessario, può imporre misure temporanee per limitare l’effetto della modifica fino alla decisione finale. In pratica, si apre una partita che non è solo legale ma anche politica e strategica: da una parte il principio che le piattaforme che collegano imprese e consumatori non possano usarsi come leve per escludere competitori; dall’altra la querelle su cosa significhi davvero “canale chiave” nell’ecosistema digitale contemporaneo.
