Nei prossimi mesi milioni di persone potrebbero ricevere un messaggio insolito su WhatsApp. Verrà chiesto se si desidera continuare a usare l’app gratuitamente accettando la profilazione dei propri dati, oppure pagare un abbonamento mensile per un’esperienza senza pubblicità. La cifra ipotizzata sarebbe di circa 4 euro al mese e rappresenterebbe una svolta importante per una piattaforma che ha sempre puntato su un modello gratuito finanziato dai dati e dalla pubblicità indiretta.
Secondo le anticipazioni, le funzioni principali non cambierebbero. Messaggi, chiamate e videochiamate resterebbero gratuiti e protetti dalla crittografia end-to-end. Le inserzioni, invece, verrebbero concentrate negli stati e nei canali, senza entrare nelle conversazioni private. L’abbonamento servirebbe quindi a eliminare le pubblicità e a sbloccare alcune funzioni extra legate all’intelligenza artificiale o a strumenti premium. Il test partirebbe proprio in Europa e nel Regno Unito, dove le normative sulla privacy impongono alle grandi piattaforme di offrire alternative reali all’uso dei dati personali per scopi pubblicitari.
Privacy e potere delle piattaforme, il vero nodo del caso WhatsApp
Al di là del prezzo, la questione centrale riguarda il valore dei dati personali. Accettare la versione gratuita significherebbe dare il consenso esplicito alla profilazione, permettendo alla piattaforma di utilizzare informazioni sugli utenti per finalità pubblicitarie. Una scelta che, secondo molti osservatori, potrebbe aggirare lo spirito delle norme europee sulla protezione dei dati, spostando la responsabilità direttamente sulle decisioni individuali degli utenti.
Il contesto normativo europeo ha già messo sotto pressione Meta negli ultimi anni, con sanzioni milionarie legate alla gestione delle informazioni personali e alla trasparenza delle politiche di trattamento dati. L’introduzione di un abbonamento potrebbe quindi rappresentare una risposta alle nuove regole, ma anche un esperimento per rivoluzionare il modello economico della piattaforma. Resta però una domanda di fondo. Quanto siamo disposti a pagare, in denaro o in dati, per continuare a usare un servizio diventato quasi indispensabile nella vita quotidiana?
