La fusione nucleare sembra presentare una soluzione definitiva a tutti i problemi energetici. Una fonte praticamente infinita e pulita. Eppure, subito dopo l’entusiasmo iniziale, arriva sempre lo stesso intoppo. La fusione funziona, sì, ma farla funzionare in modo conveniente è tutta un’altra storia. Il bilancio energetico continua, infatti, a essere l’ostacolo più duro da superare. Negli ultimi anni si sono visti risultati incoraggianti, come quelli del National Ignition Facility, ma accompagnati da strutture mastodontiche e tecnologie complesse: difficili da immaginare fuori da un contesto sperimentale. È qui che entra in scena Pacific Fusion, una startup che ha deciso di non inseguire la spettacolarità dei grandi laser, ma di concentrarsi su un approccio più diretto. Ovvero usare impulsi elettrici potenti per innescare la fusione.
Fusione nucleare: ecco l’ultima innovazione
Nei test condotti presso i Sandia National Laboratories, l’azienda ha sperimentato un sistema di confinamento inerziale che rinuncia completamente ai laser. Al loro posto c’è una scarica elettrica che attraversa un cilindro metallico, comprimendo una minuscola capsula di combustibile. Tutto avviene in meno di cento miliardesimi di secondo, ma sufficienti perché il campo magnetico collassi verso l’interno e spinga temperatura e pressione a livelli tali da permettere la fusione degli atomi di idrogeno.
Il punto davvero interessante, però, non è tanto la compressione in sé, quanto ciò che la precede. Fino a oggi il preriscaldamento del combustibile è stato un passaggio quasi obbligato. Ottenuto con laser dedicati o con configurazioni magnetiche aggiuntive. Una fase costosa, sia in termini energetici sia di infrastrutture, capace di assorbire anche una quota dell’energia totale immessa nel sistema.
Pacific Fusion ha scelto una strada diversa, intervenendo su dettagli che a prima vista sembrano marginali. Una leggera modifica alla geometria del cilindro e una regolazione più raffinata del profilo di corrente hanno permesso a una piccola parte del campo magnetico di penetrare nel combustibile subito prima della compressione. Il risultato è un preriscaldamento “naturale”, ottenuto quasi gratis dal punto di vista energetico. Si parla di meno dell’1% dell’energia complessiva, una differenza enorme rispetto agli approcci tradizionali. Ciò non significa che tale questione relativa alla fusione sia risolto, né che i laser siano destinati a sparire. Però il valore di esperimenti come questi sta tutto nella riduzione della complessità.
