L’Italia entra nella partita aperta in Europa sul controllo dell’accesso ai social per i più giovani. La questione non è nuova, ma stavolta la proposta arriva con piglio politico: la Lega ha messo sul tavolo un disegno di legge che potrebbe imporre il fermo degli account per chi ha meno di quindici anni. Un tema che rimbalza dalle aule parlamentari alle stanze dei genitori, e che mescola preoccupazioni genuine su salute mentale e sonno con dubbi pratici su privacy e controlli tecnologici.
Cosa contiene la proposta e come dovrebbe funzionare
La bozza a prima firma della deputata Giorgia Latini punta a una serie di regole nette. Primo punto: introdurre un sistema di verifica dell’età a carico delle piattaforme. In pratica i social dovrebbero dimostrare che chi si registra ha l’età dichiarata oppure impedire l’accesso. Accanto a questo, la Lega vuole il coinvolgimento obbligatorio dei genitori, che dovrebbero dare il consenso per l’uso dei servizi digitale a partire dai quindici anni. Il Sottosegretario Alessio Butti ha suggerito un meccanismo pratico: usare la App IO per confermare l’identità e l’età tramite la scansione di un QR Code. È un’idea semplice sulla carta, meno banale nel concreto quando si pensa a chi non usa lo smartphone o all’accesso alle credenziali.
Nel testo sono previste anche responsabilità precise per le piattaforme: obblighi di mitigazione dei rischi, rapporti e misure proattive per limitare contenuti dannosi e strumenti che possano ridurre dipendenza e disturbi del sonno. A vigilare dovrebbe essere l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, con la possibilità di comminare sanzioni fino al 6 per cento del fatturato globale e, nei casi estremi, l’oscuramento dei servizi in Italia. Non si tratta quindi di una raccomandazione vaga, ma di misure che prevedono strumenti repressivi e un potere di intervento deciso.
Le motivazioni addotte non sorprendono: la lettera della proposta richiama la crescente evidenza scientifica secondo cui l’uso intensivo delle piattaforme social può incidere sul benessere psicologico, sulla concentrazione e sul ritmo sonno veglia degli adolescenti. Il Ministro dell’Istruzione Valditara, del resto, ha già adottato circolari per limitare l’uso degli smartphone nelle scuole, segnale che il nodo educativo è parte della strategia più ampia.
Critiche, limiti pratici e possibili alternative
Le critiche arrivano da più parti. Sul piano tecnico la verifica dell’età è un problema complesso: i metodi più affidabili richiedono insiemi di dati sensibili, che rischiano di scontrarsi con le regole sul trattamento dei dati personali. Fidarsi solo di documenti scansionati o di herkennen facciale apre scenari problematici. Chi lavora nelle piattaforme sottolinea il rischio di conti falsi, di spostamento dell’attività verso reti meno controllate e dell’inefficacia pratica se non c’è cooperazione internazionale. In più, l’idea di dare a un’autorità il potere di oscurare interi servizi apre dibattiti su libertà di espressione e proporzionalità delle misure.
Dal versante sociale, la questione del ruolo dei genitori non è banale. Molte famiglie non hanno tempo o competenze digitali sufficienti per controllare ogni iscrizione. Il ricorso alla App IO può semplificare le cose per chi ha dimestichezza con gli strumenti pubblici digitali, ma lascia indietro chi vive in condizioni di fragilità tecnologica o economica. Nelle scuole serve più alfabetizzazione digitale e politiche che non si limitino al divieto, ma offrano strumenti concreti per riconoscere i rischi e gestire il tempo online.
