Nel dibattito internazionale sulla sicurezza nucleare, c’è una parola chiave che torna con insistenza: conversione. È in tale contesto che si inserisce l’ultimo sviluppo legato al reattore di ricerca FRM II. Una delle infrastrutture scientifiche più rilevanti d’Europa per gli studi sui neutroni. Dopo anni di incertezze, il percorso verso l’addio all’uranio altamente arricchito sembra aver superato uno snodo decisivo. Il segnale arriva dai laboratori: nuove piastre di combustibile a basso arricchimento hanno completato con successo una complessa campagna di test di irraggiamento. Dimostrando così di poter sopportare le condizioni estreme tipiche dell’operatività del FRM II, situato a Garching, nei pressi di Monaco di Baviera. Un risultato non scontato, soprattutto alla luce dei precedenti tentativi che non avevano fornito garanzie sufficienti.
Reattore FRM II: ecco le ultime novità emerse
Dietro tale avanzamento c’è una collaborazione europea di lungo periodo, sostenuta dall’Unione europea e costruita attorno a un asse industriale e accademico. Il quale coinvolge Framatome, la Technical University of Munich e numerosi centri di ricerca specializzati. Le nuove piastre sono state realizzate in Francia e poi testate nel reattore BR-2 di Mol, in Belgio, gestito dal centro SCK CEN. Uno dei pochi impianti in grado di riprodurre fedelmente le sollecitazioni termiche e neutroniche richieste.
La posta in gioco va oltre il singolo impianto. L’uso di combustibili con arricchimento inferiore al 20% di uranio-235 è considerato un passaggio chiave nelle politiche di non proliferazione nucleare. Ciò soprattutto per i reattori di ricerca civili. Non a caso, l’autorizzazione al funzionamento del FRM II prevede esplicitamente la conversione non appena sia disponibile una soluzione tecnicamente affidabile.
La risposta individuata è un combustibile monolitico a base di uranio-molibdeno, capace di garantire alte prestazioni neutroniche pur riducendo i rischi associati all’HEU. Allo stesso tempo, i progettisti hanno rivisto il design del nocciolo, ottimizzando l’uso del combustibile senza incidere sul ciclo operativo di circa 60 giorni. Elemento essenziale per la comunità scientifica internazionale che utilizza l’impianto. I risultati dei test confluiranno ora nella documentazione per la richiesta di licenza aggiornata, attesa nel 2025. Se l’iter regolatorio andrà a buon fine, il FRM II potrà continuare a sostenere ricerche che spaziano dalla fusione nucleare alla produzione di radioisotopi medicali.
